Recensione: Quando mi chiameranno uomo? L’ultimo libro della giornalista e scrittrice Francesca Mereu.

A cura di Pasqualina Traccis

Quanto è lungo il cammino verso la libertà e l’eguaglianza? Di quali atroci e insensate sofferenze è lastricato? Quando sarà che un uomo potrà essere chiamato semplicemente uomo, senza ulteriori e inutili specificazioni legate al colore della pelle, alle preferenze sessuali o alla condizione sociale?

“Quando mi chiameranno uomo?” è l’ultimo libro di Francesca Mereu, edito da Le Mezzelane. La giornalista e scrittrice sarda, che da tempo vive e lavora tra Mosca e l’Alabama, ripercorre il lungo calvario degli afroamericani dalla schiavitù alla segregazione, alla criminalizzazione attuale.

Il racconto si sonda lungo le strade e le città del profondo sud americano. Si distribuisce nelle testimonianze di persone che hanno ereditato e vivono sulla propria pelle una perenne condizione di diversa eguaglianza.

Sono storie personali che si intersecano con la storia generale di una minoranza oppressa e martoriata, ancorché mai sconfitta. Raccontano di anime capaci di lotta e sublimazione della sofferenza nella magia del blues.

Un racconto lineare, appassionante e onesto che non cela al lettore gli aspetti più controversi, duri e scabrosi di una storia che contrasta con il sogno americano.

Il libro palesa infatti lo scandalo dell’ineguaglianza e della violenta sopraffazione nel Paese dell’opulenza, del modernismo e delle libertà.

Le parole dei protagonisti sono lacrime di umanità in un contesto di ingiustizia e disumana negazione di umanità. Sono espressione di dolore e paura. Paura del diverso e della libertà, alimentata da luoghi comuni e “si sa” (“i neri, si sa, amano le bianche”; “i neri, si sa, hanno paura dei cani”…). Parole che fanno riflettere: quanta parte dell’esistenza umana si ricama intorno ai “si sa”? E a quale prezzo?

Le testimonanze documentano inoltre la lotta per i diritti; le storiche marce sotto la guida del dott. King e le infinite battaglie che hanno portato a vittorie effimere, a continue ridefinizioni dell’odio e delle modalità di discriminazione e separazione.

Con i suoni tristi e taglienti del blues a lenire la pena, a ritmare le vite di coloro che ancora aspettano di essere considerati semplicemente e pienamente uomini.

La scrittura limpida e chiara di Francesca Mereu, rende la lettura scorrevole e piacevole, oltre che interessante ed emozionante. Da leggere!

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Recensione: La prossima volta saremo felici, la raccolta di racconti di Oliviero Malaspina

A cura di Barbara Cardinale

“La prossima volta saremo felici” è il titolo, geniale, di una raccolta di racconti pubblicata da Galata Edizioni nel 2017, nella quale l’autore, senza affidare la narrazione alla trama compiuta e articolata di un romanzo, sceglie di frammentarla in una serie di “cortometraggi letterari”, che danno conto di una realtà resa variegata e multiforme dalle storie uniche e personali di ciascuno ma che allo stesso tempo è percorsa da un leitmotiv che la rende unitaria: la fragilità e la fatica dell’essere umani.

Così il dolore personale dei vari personaggi che si incrociano nelle pagine del libro assurge a dolore dell’umanità tutta, per chi ha il coraggio di guardarlo in faccia e dargli un nome.

La chiusa, bellissima e commovente, richiama come un’eco il titolo dell’opera e ne offre la chiave di lettura.

Sul piano del significante è l’epilogo ideale di una ricerca stilistica che fonde prosa e poesia fino alle pagine conclusive, in cui la scelta è rovesciata e la poesia si fonde con la prosa. Cioè la prosa lirica predominante diventa sul finale schiettamente poesia, ma a ben guardare lo stile resta il medesimo.

Le righe diventano versi ma hanno l’andamento della prosa e quasi ne mantengono anche l’aspetto grafico: i margini sono gli stessi, cambia solo il carattere col passaggio al corsivo.

I versi sono individuati dagli “a capo” ma sono liberi, sciolti e molto lunghi.

Il significante diventa a sua volta significato e forse ci suggerisce il rifiuto di un confine netto tra poesia e prosa, perché la vita stessa è allo stesso tempo prosa e poesia e rifiuta di fatto e nei fatti l’ideale perfezione alla quale gli uomini aspirano, per lo più celando a sé stessi gli aspetti più dolorosi, scomodi, inconfessabili e persino volgari dell’esistenza.

Cantautore, poeta e scrittore di notevole caratura intellettuale e artistica, Oliviero Malaspina è stato l’ultimo collaboratore di Fabrizio De André…

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Recensione: Nel nome di ieri di Giuseppe Cristaldi.

A cura di Pasqualina Traccis


Schopenhauer scriveva: “quando una disgrazia è accaduta e non si può più mutare, non ci si dovrebbe permettere neanche il pensiero che le cose potevano andare diversamente o addirittura essere evitate: esso infatti aumenta il dolore fino a renderlo intollerabile”.

Ma quando il futuro è perduto per sempre, il passato è tutto ciò che rimane e il presente non esiste più. Non resta altro da fare che ricordare e ricordare è l’unico modo per dare un significato e un valore alla sofferenza.

Giuseppe Cristaldi nel suo ultimo romanzo Nel nome di ieri, edito da BESA nel 2015, racconta una storia in cui amore e morte si contrappongono dialetticamente per superarsi e conservarsi al tempo stesso nella memoria del protagonista, in cui trovano un ultimo disperato senso.

L’autore usa un’espressione che rappresenta in modo efficace il tentativo strenuo compiuto da Sciffì per salvare il suo sentimento per Claudia dal macello dell’oblio: estendere l’amore. Non si tratta solo di ricordare il passato, ma di ricostruirlo, attraverso la memoria altrui, per estendere un amore che con la morte inattesa della giovane donna non può più crescere, arricchirsi ogni giorno di nuovi particolari, non può divenire come tutto ciò che vive.

C’è un solo modo per dare un senso alla sofferenza ed è un modo crudele: ricordare il passato e ricostruirlo, estenderlo, “rendere presente un’assenza”.
Nel nome di ieri è un romanzo bello davvero. Forte.

La scrittura di Giuseppe Cristaldi lo è, tanto da far male e bene al tempo stesso esprimendo in modo eccelso il dualismo mentale e naturale di Eros e Thanatos. Le immagini icastiche e la prosa lirica da un lato sembrano sublimare il dolore ma dall’altro affondano il coltello nella carne. Come pure le espressioni dialettali che, se per un verso ancorano la poesia alla realtà di un dolore insopportabile che si consuma in un contesto ben preciso e non casuale, per l’altro sono esse stesse poesia esistenziale.

Nel leggerlo vien da domandarsi se il Sud sia un pretesto per raccontare un destino di sofferenza o se, viceversa, sia quest’ultimo un pretesto per raccontare il Sud.

Nel nome di ieri è un libro antico e moderno al tempo stesso, proprio come il Sud che descrive. Un Sud che non ha futuro, perché non nemmeno lo ammette. Ammettere il futuro significa credere che non esista un destino e il Sud raccontato dal libro sembra non osare tanto. Il dialetto salentino non a caso non contempla il tempo futuro.
La modernità del romanzo sta nell’eccezione di chi scommette sul futuro a partire dal presente di un sogno, mettendosi in gioco in un contesto antico che muta la sua forma ma sembra non conoscere cambiamenti di sostanza.
La modernità sta nella sconfitta che non è resa.

Giuseppe Cristaldi racconta una terra che ha diversi aspetti in comune con quella che lo ospita, la Sardegna. Come il dialetto salentino anche la lingua sarda ricorre a un costrutto per l’espressione del domani. Come i contadini del Salento anche i sardi se fossero stati “solo uomini” e non pastori non avrebbero ottenuto le loro vittorie (non a caso Pratobello non è la Costa Smeralda).  Al di là delle differenze, la solidarietà e quella comunanza di cuori che si raggiunge nella sofferenza accomunano luoghi diversi di un Sud che è più di un’espressione geografica.

Il resto è umanità. Il tentativo inconscio di riconquistare il futuro cambiando il passato o evitando che possa ripetersi attraverso la cancellazione di una curva di morte.

Forse un istintivo desiderio di vendetta.

Meccanismi di difesa che sono frutto di un’evoluzione naturale che è anche spietata selezione. Dolore. Tanto umano dolore. Tale che la parola “psicosi”, riferita al tormento del protagonista dopo l’incidente stradale che ha trasformato la sua Claudia in un ricordo, appare inadeguata e quasi irrispettosa, cinica.

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