Notre-Dame: pensieri sullo sgomento popolare.

A cura di Zar@

L’incendio alla cattedrale di Notre Dame di Parigi è stato seguito con attenzione e commozione da tutto il mondo, cristiano e no.

Preghiere, lacrime, sgomento e donazioni a pioggia per la ricostruzione. Tanta attenzione e amore per l’arte e la spiritualità farebbero ben sperare, in un’epoca apparentemente superficiale e disinteressata a tutto ciò che non sia apparire frivolo, vuoto scintillante, banalità. Farebbe ben sperare se non si imponesse una riflessione più approfondita.

Intanto sul reale valore artistico, culturale e simbolico di ciò che è andato perduto. Quanti sono in grado di stimarlo tra coloro che postano le foto della cattedrale in fiamme? Eppure ci si improvvisa esperti d’arte, come del resto di qualsiasi altra cosa. Potere dei social.

Poi su come, nel 2019, l’incendio scoppiato in un edificio religioso possa ancora essere interpretato come presagio, nonostante l’illuminismo e per giunta nella sua patria.

Infine su quanta attenzione meritino la fame e la sete nel mondo, le guerre, i flussi migratori e le troppe ingiustizie nostrane e altri, su quante donazioni attirino.

Soprattutto, su quanto sia cristiano tutto questo pregare e spendersi per una guglia mentre si ignorano l’umana ingiustizia e la sofferenza del fratello. Il prossimo. Il meno prossimo.

Insomma sebbene qualcosa bruci, non è d’amore. Men che mai d’amore Cristiano.

“È esistito un unico cristiano ed è morto sulla croce”, diceva Nietzsche.

Forza, diamogli torto.

Spazio classici della poesia: Spleen

A cura di Zar@

Paul Verlaine


Le rose erano tutte rosse
e l’edera tutta nera.

Cara, ti muovi appena
e rinascono le mie angosce.

Il cielo era troppo azzurro
troppo tenero, e il mare

troppo verde, e l’aria
troppo dolce. Io sempre temo

– e me lo debbo aspettare!
Qualche vostra fuga atroce.

Dell’agrifoglio sono stanco
dalle foglie laccate,

del lustro bosso e dei campi
sterminati, e poi

di ogni cosa, ahimé!
Fuorché di voi.

Incontro con la solitudine: racconto in progress 4

A cura di Zar@

La città rende disponibile ciò di cui hai bisogno ogni tanto. Le località più piccole ciò che ti serve ogni giorno e di cui non puoi fare a meno.

Il via vai della gente che si distribuisce tra le auto, gli autobus e i marciapiedi è frenetico.

Tra edonismo e pragmatismo americano, di fronte a me vedo una massa indistinta. Il caos primordiale, il migma originario, indeterminato nella sostanza, omologato nella forma.

Lo sguardo sulla città è rumore di traffico e mezze parole colte da labbra di ogni età, odori neutri o sgradevoli, vetrine, parcheggi e umanità varia. Varia ma, come direbbe Pasolini, indistinguibile. L’ambulante che baratta il parcheggio con l’acquisto di calze e fazzoletti, il barbone che chiede l’elemosina davanti al supermarket, gli stranieri che si guardano intorno e puntano una chiesa dopo aver consultato una guida turistica, le coppie, i single, gli adolescenti in gruppo, i bambini che giocano a strattonarsi, i gazebo che raccolgono firme e offerte per le cause più varie, la stravaganza banale di chi ostenta una diversità manieristica, le promesse di piaceri e divertimento notturno, l’ambulanza che sfreccia e, come sottofondo, una babele linguistica.

Essere e dover essere coincidono. Ogni cosa è al suo posto. Tutto emerge e nulla spicca. Come un fiume in piena, ciò che prevale è il flusso, non ciò che trascina. La massa enorme e uniforme che scorre.

Ho perso interesse. Per il mondo, per le persone, per l’animo umano. Ogni tanto scorgo qualche anziano, gli unici distinti e distinguibili qui. Ne distingui il linguaggio, verbale e corporeo, il modo di pensare, di agire, di vestirsi e di essere. Sono rimasti gli unici a destare il mio interesse. Forse perché sono gli unici che riconosco, in mezzo alla massa indifferenziata.

Se ne vanno gli ultimi riconoscibili e in città sembrano ancora di meno.

Li vedi camminare per strada, avanzando come chi non si stupisce perché niente più desta stupore. Niente sorprende.

Oggi è così. Nulla sorprende e tutto indigna, di un’ indignazione di maniera che mi rende insopportabile ogni conversazione.

Va scomparendo la semiologia di un popolo intesa come codice, comportamento, linguaggio, cultura. Come Spirito. Al suo posto, il prodotto della globalizzazione modernistica e totalitaria del consumo. Un’umanità che non è più natura né spirito. Smaniosa di consumare, di esibire, di apparire. Ansiosa di adattarsi, di uniformarsi, di perdersi in questa tirannide leggera e giocosa, piena di niente e vuota di tutto. Adagiata nel benessere e rammollita dalle comodità senza le quali non è nulla.

La verità è che oggi o consumi o sei fuori dal consumo e dal mondo che è improntato sul consumo, ma sempre con un piede dentro. Non ci sono alternative. Non ci sono più. Nessuno si difende più perché non sa di doverlo fare.

Guardi le persone. Le guardi e sono tutte uguali. Le ascolti e hai la stessa impressione. Categorizzabili e nello stesso tempo indistinguibili. Sono “gay”, “etero”, “trans”, “bianchi”, “neri”, “cittadini”, “stranieri”, “benestanti”, “barboni”, “prostitute”, “di destra” e “di sinistra”. Sono tutto e non ancora uomini. O non più uomini. Sono consumatori. Li accomuna il pensiero, il linguaggio, ciò a cui ambiscono, il modo di comportarsi, di essere o di arrendersi al mondo.

Li accomuna ciò che hanno o ciò che vorrebbero avere per essere. Nel loro essere per consumare o consumare per essere, sono indistinguibili. A distribuire questa massa informe nelle varie categorie è la forma.

La sostanza è omologazione e indifferenziazione.

Il barbone e l’ambulante sono vestiti allo stesso modo dell’adolescente, dell’operaio e dell’impiegato. Marchio più marchio meno. Se li senti parlare sono entrambi un concentrato di luoghi comuni, egoismi, egocentrismo e disinteresse per l’altro da sé. Sono una logorrea di problemi personali e disagio. Problemi e disagio che hanno un nome, una certificazione, un alibi. Hanno un ente o un’associazione che li gestisce, un prete che li assolve e la stessa mancanza di volontà. La stessa presunzione di libertà. Lo stesso rammollimento di tutto e di tutti. La stessa resa alla società dei consumi e alla massificazione delle coscienze e delle esistenze. La stessa intollerante tolleranza. La stessa appartenenza ad altro, ma non a se stessi.

Lo stesso esser dentro. Lo stesso esser fuori.

Mi ha stancato anche la retorica del diverso. L’esaltazione di questa o quella sottocategoria umana. Dov’è la diversità? Non la vedo. Non c’è. Non c’è più.

Non vedo un solo atto di ribellione nella popolazione giovane e meno giovane ma non ancora anziana. Solo abbandono o fuga. In ogni caso resa incondizionata. Il consumismo vince e nessuno resiste perché nessuno ha consapevolezza del nemico.

Mi aggrappo dunque agli ultimi distinti, gli anziani, pendo dalle loro parole di terra, di vino e sudore. Ne ascolto le storie di gnomi, fate e costellazioni. Mi perdo nelle foto ingiallite, negli sguardi genuini di fame, di rabbia e di vita. Mi abbevero delle chiuse granitiche alle frivolezze, al luogo comune, all’inconsistenza.

Ne osservo il vestiario da museo etno-antropologico. Mi incantano i loro volti rugosi, le mani sapienti e gli occhi sul mondo. Mi commuove saperli capaci di ascoltare. Il mostrare interesse di chi prova realmente interesse. La capacità di essere se stesso e nient’altro.

Li guardo cercando di carpire un segreto che non possono trasmettermi. Sono figlia di questo mondo, mi piaccia o no. Io sono massa indistinta, al pari degli altri.

Ho perso interesse e ho smesso di mostrarlo. Non me lo aspetto più. E chi lo simula non mi fa più rabbia, ma tenerezza. Provo compassione per chi pensa che possa bastarmi. Per chi si sforza di recitare una parte, pensando che sia indispensabile per ottenere da me ciò che vuole. Pensano di comprarmi, di consumarmi, perché non sono capaci di fare altro. Non sanno e non possono esser altro, se non consumatori.

Compatiscono o condannano la mia solitudine, ma non colgono la loro. Questo inganno di socialità, di emancipazione, di atomistica autorealizzazione o autoesclusione.

Hanno sentito, letto, sperimentato che così va il mondo. Seguono il passo e sgomitano per arrivare primi. Vanno, ma non arrivano mai.

Io li guardo da fuori e da lontano. E mi annoiano, profondamente.

Recensione: Quando mi chiameranno uomo? L’ultimo libro della giornalista e scrittrice Francesca Mereu.

A cura di P. Traccis

Quanto è lungo il cammino verso la libertà e l’eguaglianza? Di quali atroci e insensate sofferenze è lastricato? Quando sarà che un uomo potrà essere chiamato semplicemente uomo, senza ulteriori e inutili specificazioni legate al colore della pelle, alle preferenze sessuali o alla condizione sociale?

“Quando mi chiameranno uomo?” è l’ultimo libro di Francesca Mereu, edito da Le Mezzelane. La giornalista e scrittrice sarda, che da tempo vive e lavora tra Mosca e l’Alabama, ripercorre il lungo calvario degli afroamericani dalla schiavitù alla segregazione, alla criminalizzazione attuale.

Il racconto si sonda lungo le strade e le città del profondo sud americano. Si distribuisce nelle testimonianze di persone che hanno ereditato e vivono sulla propria pelle una perenne condizione di diversa eguaglianza.

Sono storie personali che si intersecano con la storia generale di una minoranza oppressa e martoriata, ancorché mai sconfitta. Raccontano di anime capaci di lotta e sublimazione della sofferenza nella magia del blues.

Un racconto lineare, appassionante e onesto che non cela al lettore gli aspetti più controversi, duri e scabrosi di una storia che contrasta con il sogno americano.

Il libro palesa infatti lo scandalo dell’ineguaglianza e della violenta sopraffazione nel Paese dell’opulenza, del modernismo e delle libertà.

Le parole dei protagonisti sono lacrime di umanità in un contesto di ingiustizia e disumana negazione di umanità. Sono espressione di dolore e paura. Paura del diverso e della libertà, alimentata da luoghi comuni e “si sa” (“i neri, si sa, amano le bianche”; “i neri, si sa, hanno paura dei cani”…). Parole che fanno riflettere: quanta parte dell’esistenza umana si ricama intorno ai “si sa”? E a quale prezzo?

Le testimonanze documentano inoltre la lotta per i diritti; le storiche marce sotto la guida del dott. King e le infinite battaglie che hanno portato a vittorie effimere, a continue ridefinizioni dell’odio e delle modalità di discriminazione e separazione.

Con i suoni tristi e taglienti del blues a lenire la pena, a ritmare le vite di coloro che ancora aspettano di essere considerati semplicemente e pienamente uomini.

La scrittura limpida e chiara di Francesca Mereu, rende la lettura scorrevole e piacevole, oltre che interessante ed emozionante. Da leggere!

Per saperne di più sull’autrice e acquistare il libro clicca qui

Spesso il male di vivere ho incontrato/Spazio classici della poesia

A cura di Zar@

Oggi proponiamo una delle poesie più note e belle di uno dei poeti italiani più grandi del Novecento: Eugenio Montale.

Spesso il male di vivere ho incontrato

era il rivo strozzato che gorgoglia

era l’incartocciarsi della foglia

riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio

che schiude la divina Indifferenza:

era la statua nella sonnolenza

del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Incontro con la solitudine 3: racconto in progress…

A cura di Zar@

La solitudine può essere una compagna sorprendente. Pur non amandola hai la certezza della sua assoluta fedeltà. Non si può dire altrettanto delle persone, c’è poco da fare.

Io non sono stata sempre sola. Ragionandoci non può essere andata così. Mia madre era una donna piuttosto premurosa. Sempre presente. Morbosa, per certi versi.La mia inoltre era una famiglia numerosa. Esser soli in famiglia era impossibile. Ma la solitudine, si sa, è un fatto interiore. Questo credo di averlo capito presto.

Il mio esilio personale è iniziato nell’età dell’innocenza. La mia innocenza è stata la sua prima vittima.

INTERVISTA/ Oliviero Malaspina, il cantautore, poeta e scrittore che collaborò con Fabrizio De André.

A cura di P. Traccis

Lo spazio interviste di Eikasia oggi è dedicato al cantautore, scrittore e poeta Oliviero Malaspina. Pavese per nascita e cosmopolita per scelta di vita, Malaspina è un artista eclettico, originalissimo e pluripremiato che ha alle spalle anche una lunga e felice collaborazione con il grande Fabrizio De André e il talentuoso figlio Cristiano. La sua carriera musicale e letteraria è iniziata negli anni Ottanta dopo la laurea in Lettere. Negli anni ha pubblicato cinque album, due raccolte di racconti, due raccolte di poesie e alcuni saggi.

L’album Malaspina del 2014 e la raccolta di racconti La prossima volta saremo felici sono stati gli ultimi lavori più importanti.

A costo di sembrare poco originali, partiamo subito con una domanda sulla tua collaborazione con il grande Fabrizio De André. Quando è iniziata e come si è svolta?

La mia storia con Fabrizio inizia, non benissimo, al Teatro Smeraldo di Milano, nel 1992. Un’ora prima del concerto mi presento con la tesi di laurea di un amico, lui era come sempre molto teso e già proiettato verso il palco, dunque non ha dato molta importanza alla cosa, mi ha rivolto giusto due o tre domande di rito e si è tenuto l’elaborato.

Il rapporto vero è iniziato nel 1994, dopo la scrittura di “Notti di Genova” con Cristiano, il quale gli diede da leggere la mia raccolta di poesie “Vivere davanti alla luna fredda”. Mentre rientravo in auto da Milano nell’Oltrepo Pavese, mi arrivò una telefonata di Cristiano. Io pensai che ci fossero problemi con la canzone, ma lui mi disse: “ti passo un amico”. L’amico in questione era Fabrizio, il quale mi disse: “scrivi molto bene, devi essere una persona interessante e colta, mi piacerebbe conoscerti. Puoi venire dopodomani a casa mia per le 15: 30?” Ho sbandato con l’auto per l’emozione! Ci siamo visti dopo due notti insonni e sono bastati pochi minuti perché mi sembrasse di conoscerlo da sempre. Fin da bambino ascoltavo Faber tramite i dischi di mia madre e mio padre, la sua voce mi trasmetteva sempre una grande emozione anche se non potevo capirne il contenuto.

Dopo quell’incontro non ci siamo più lasciati. Mi aveva fatto un contratto triennale in esclusiva, voleva coinvolgermi nel progetto “Anime salve” dopo la separazione da Fossati e abbiamo iniziato a pensare ai “Notturni”.

Avrebbe inoltre dovuto produrre il mio disco “Benvenuti mostri”, cosa che purtroppo non avvenne, ma lavorò ad alcuni testi che conservo in una cassetta di sicurezza insieme ai “Notturni”. Avevamo in mente anche di scrivere un dizionario dell’ingiuria e un romanzo. Nel 1998 ho fatto da opener durante il suo ultimo tour e abbiamo lavorato ai Notturni fino alla sua morte, come si evince dal libro di Guido Harari “Fabrizio De André. Una goccia di splendore”.

Fabrizio era un rivoluzionario, più volte aveva innescato un cambiamento di paradigma nella storia della canzone d’autore italiana. La prima volta lo aveva fatto collaborando con un gruppo rock come la PFM, la seconda con l’album in dialetto genovese Crêuza de mä e infine intendeva farlo con i Notturni. In questo caso parliamo di quattro suite di 20 minuti ciascuna, con un cambio di scrittura rispetto al passato, niente rime baciate, solo assonanze, allitterazioni e rime al mezzo. Noi e i musicisti che avrebbero dovuto comporre le musiche avevamo tutti dei libri di riferimento. Purtroppo a causa della sua morte l’opera è rimasta incompiuta e inedita.

Tu eri molto più giovane di Faber, tuttavia mi pare di capire che avevate una bella intesa.

Sì, ci intendevamo alla perfezione, anche perché avevamo gli stessi gusti letterari. Antonio Lobo Antunes, per esempio, lo abbiamo scoperto insieme. Poi queste cose sono una questione di feeling che può nascere o meno tra due persone. Tra l’altro il nostro rapporto è nato nel periodo in cui si era disintossicato dall’alcool e dunque ho conosciuto un Fabrizio sereno, lucido e deciso, con molte idee e ben chiare.

Con lui avevo un rapporto molto libero e tranquillo, senza grandi discussioni. Mi rimproverò una sola volta, durante il tour, perché dopo la mia esibizione ringraziavo sempre il pubblico dicendo: “grazie, siete molto gentili”. Mi disse che quel “molto gentili” era di troppo. Mi fece notare che noi regalavamo poesia, bella musica ed emozioni al pubblico e dunque sarebbe stato sufficiente un grazie.

Racconto sempre anche l’episodio del gioco manageriale di calcio che mi aveva assorbito completamente e che mi faceva continuamente rimandare una telefonata di lavoro con lui. In un momento clou del gioco di simulazione, gli dissi: “non posso stare al telefono perché sto fallendo con l’Empoli e buttai giù la telefonata”. Si spaventò moltissimo, mi richiamò subito e con grande generosità si offrì di aiutarmi. Quando capì che si trattava solo di un gioco me ne disse di tutti i colori e mi obbligò a venderlo. Io e Faber ci siamo frequentati fino all’ultimo ricovero, dal momento che lui continuava a lavorare nonostante la malattia, senza mai perdere a sua ironia. La sua fragilità si esprimeva più che altro nel timore del giudizio del pubblico, ma per il resto era una roccia. Il mio ricordo di Fabrizio è, anche per questo, indelebile.

Poesia, letteratura e musica: gli antichi greci le riassumevano con il termine mousiké (“arti ispirate dalle Muse”), a voler stabilire un legame stretto tra loro. Questo concetto sembra particolarmente appropriato quando si ascolta o si legge Oliviero Malaspina. Cosa ne pensi?

Io credo che voler definire “poeti” cantautori come Fabrizio De André e come tanti altri sia un errore. La poesia è un’altra cosa, ha altri schemi, un’altra musicalità intrinseca e il processo di creazione è diverso. A meno che non si voglia dire che ci sono dei testi di Guccini, di Vecchioni o di Zenobi – solo per fare alcuni esempi – che sono più poetici ed emozionali di tanta poesia, cosiddetta sperimentale, che spesso lascia il tempo che trova.

In ogni caso io credo nel principio dei vasi comunicanti, nel senso che il background letterario personale finisce sempre per emergere e per intersecarsi con la struttura musicale che viene scritta prima o dopo il testo, a seconda dei casi. Il fatto che sia più difficile musicare un testo la dice lunga. Ci sono testi poetici che non sono musicabili in quanto hanno già una musicalità intrinseca. In caso contrario si farebbe incetta di Pavese o dei testi di tanti grandi poeti. Pertanto in genere si usa recitare i testi poetici con l’accompagnamento di un pianoforte. Io ho scritto due raccolte di poesie e ho l’onore di esser presente nell’Antologia del Festival Internazionale di Poesia di Genova.

Mi pare di capire – parafrasando Francesco Guccini – che a canzoni non si possa far poesia. Ma si possono fare rivoluzioni? Alcune delle tue canzoni lanciano messaggi forti e diretti. Sono provocazioni, l’espressione di uno stato d’animo o il tentativo di indurre una riflessione critica sul presente?

Credo che Francesco Guccini sia stato lungimirante e molto realista. A canzoni non si fa poesia e non si fanno rivoluzioni. Le canzoni forse possono rivoluzionare l’animo, il pensiero di una o più persone, ma se non si passa dall’idea all’azione non può fare nessuna rivoluzione. Il messaggio e l’emozione restano confinate nell’ambito soggettivo e non portano alcun cambiamento nel mondo esterno. Penso che sia stato lungimirante anche nel dire che i cantautori (termine discutibile anche questo) debbano “costruire su macerie” e mantenersi vivi, dato che non è più periodo per questo genere musicale che è stato letteralmente spazzato via in seguito ai cambiamenti economico-sociali e culturali degli ultimi decenni e tuttora in corso.

Ti senti un artista di nicchia?

Mi hanno fatto diventare di nicchia. La nicchia esiste per la comodità di chi non vuole o non riesce a investire su di te. Credo di avere un linguaggio abbastanza alto e non per tutti, ma di avere anche dei brani e delle melodie che possono arrivare a chiunque, in questo senso sono “deandreiano”. Se si prende un qualsiasi disco di Fabrizio, il quale ha un linguaggio alto e abbastanza difficile, si trovano sempre almeno due o tre brani che arrivano alla massa, con la giusta promozione ovviamente. Nei miei album, senza la giusta promozione, ci sono sempre due o tre brani che sono orecchiabili e linguisticamente accessibilissimi. Dell’album “Malaspina” posso citare “La strada”, cantata con Roberta di Lorenzo, “Vita ancora viva” o “Quasi tutti” che è una sorta di preghiera laica che ha un ritmo quasi dance.

Credi che la scelta – di mercato – di non investire sulla canzone d’autore e sulla musica di un certo livello sia legata in qualche modo al generale appiattimento culturale della società italiana degli ultimi decenni?

Di sicuro da decenni in Italia non si investe abbastanza in cultura. Ricordo il mio primo incontro con Mauro Pagani, che risale al 1980, il quale mi disse: “scrivi delle cose bellissime, peccato che questi siano gli anni Ottanta”. Poi sono arrivati gli anni Novanta e così via fino ad oggi. Non a caso le statistiche – che per una volta stanno in piedi – non ci collocano molto in alto a livello culturale in Europa e nel mondo. Basti pensare anche allo spazio che i media riservano al gossip o al post di questo o quel personaggio famoso rispetto a quello concesso all’arte, alla musica e alla letteratura. Non si dà abbastanza spazio alle nuove opere pubblicate in generale in ambito culturale.

Tuttavia la musica in TV e in generale sui media è presente e molto seguita dai giovani e dalle persone di tutte le fasce d’età…

Laddove in TV viene creato uno spazio per la musica si tratta di Sanremo e di competizioni ad esso legate o dei vari baracconi in cui i protagonisti non sono mai i cantanti. In generale in questi programmisi assiste allo scempio della musica. Chiunque è in grado di gridare per 50 secondi in un microfono, come succede nei Talent. Questi ragazzi hanno meno di un minuto per esibirsi e poi dietro spesso c’è il nulla. Si manda in onda la classica pre-intervista in cui si dice “io sono nato per fare questo”, ma poi bisogna vedere come realmente si gestisce la voce in un intero disco e soprattutto cosa c’è dentro. Spesso l’impatto con la realtà per coloro che partecipano a queste competizioni canore è devastante e la durata media della loro fama è molto breve.

Passando dalla musica alla scrittura, Proust diceva che “ogni lettore, quando legge, legge se stesso”. Pensi che si possa dire lo stesso di uno scrittore? Quanto ti raccontano le tue opere? A te stesso. Agli altri.

In linea di principio sono d’accordo con il maestro Proust. Tuttavia come Umberto Eco penso che un’opera letteraria sia sempre aperta, non solo per il lettore ma anche per lo scrittore, il quale ha sempre la tentazione di modificarli o di trasformarli proprio per la scoperta di un altro lato di sé che si aggiunge a ciò che è stato scritto e, in un certo senso, fissato in un momento precedente.

Nel 2014 è uscito il tuo ultimo album Malaspina. Nel 2017 è stata pubblicata la raccolta di racconti La prossima volta saremo felici. Possiamo dire che sono l’album e il libro degli ultimi?

Sicuramente sì, raccontano di persone che per scelta di vita o per destino conducono un’esistenza radicalmente diversa, sottraendosi al controllo di qualsiasi regime o potere che non può fare altro che disinteressarsene. Sono le prostitute, i clochard, i marchettari gay, gli zingari, tutte persone che rappresentano una forza reale, di carne e di sangue. Sono autentici rivoluzionari a mio avviso, il baluardo estremo dell’anarchia.

La tua scrittura, originale e poliedrica è caratterizzata da vere e proprie montagne russe di registri linguistici e da contrasti sintattici e semantici. Si tratta di una scelta stilistica o della convinzione che la dialettica degli opposti e il chiaroscuro sia l’unica possibile chiave interpretativa della realtà?

Io sono poco neorealista anche se poi finisco inevitabilmente per esserlo. In realtà a me interessano molto più i significanti dei significati, dopodiché spetta a chi legge o ascolta cogliere questo aspetto. Ho un sistema di scrittura personale e di questo sono felice, basato su opposizioni binarie, senz’altro, su chiaroscuri, anche musicalmente. Probabilmente ciò dipende anche dal fatto che ho studiato per dieci anni musica classica, da privatista, come chitarrista. Background di musica classica che si sentirà molto nel mio prossimo disco.

A proposito di progetti futuri, ci puoi dare qualche anticipazione?

Probabilmente per il Salone del libro di Torino uscirà il libro “Parto”, inteso sia come nascita che come addio, in cui si può ritrovare anche la figura di Faber. Sono delle mie prose poetiche su tavole di Antonella Spalluto. A settembre, per l’editore Fallone di Taranto, uscirà un libro scritto a quattro mani con Giuseppe Cristaldi, intitolato “Subumani. Drammaturgia degli invissuti”. Nel frattempo mi sono dedicato ad alcune soundtrack per vari eventi culturali e per il regista Umberto Baccolo, il quale ha realizzato un lavoro sulle transizioni sessuali giovanili e un corto intitolato “Appena prima della fine del mondo” , in omaggio a Sciolè. Per Biagio Sgangarella Valvano ho scritto la canzone “Meglio d’inverno”, contenuta in un doppio album in cui canta Fabrizio De André. Si tratta di un pezzo parlato in cui Fabrizio capisce che non ce la farà. Infine sto lavorando a un disco, con una impostazione in stile Notturni e delle varianti di stampo classico, con pezzi più brevi, nel quale vorrei riprendere anche i brani scritti con Faber che non ho inserito in “Benvenuti mostri”, rivedendone le musiche. L’idea sarebbe anche quella di uscire con singolo, scritto con il musicista Salvatore Papotto, intitolato “Il miraggio”.

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“La prossima volta saremo felici”

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“Malaspina”

Caro pianeta ti scrivo…

A cura di Zar@

Il pianeta va salvato. L’incredibile scoperta si deve alla giovane attivista svedese di cui tanto si è parlato in questi giorni. Nessuno se n’era accorto prima. Né la politica né l’opinione pubblica.

Seguendo l’esempio della giovane Greta, il venerdì è diventato per gli adolescenti di tutto il mondo il giorno delle manifestazioni per il clima e il pianeta.

Incredibile come un hashtag possa risvegliare coscienze e mobilitare masse di persone in tutto il mondo.

Anche l’ecologia richiede la giusta promozione per diventare tema interessante.

Passano sotto silenzio e vengono ignorati gli effetti del riscaldamento globale che sono davanti agli occhi di tutti, basti pensare agli eventi climatici di proporzioni inaudite che sempre più spesso si verificano anche nel nostro Paese o alle tante persona malate di tumore o morte nelle aree più inquinate.

A queste cose non segue alcuna mobilitazione o indignazione di massa. Non sono abbastanza social. Non sono abbastanza glamour.

Se non altro se ne parla, si dirà. Giusto. Chissà per quanto. Gli hashstag hanno un effetto grande ma di durata breve.

La vera coscienza ecologica richiede azioni concrete, difficili da mettere in campo per adulti e ragazzi, in un’epoca di consumismo e dipendenza da tecnologie che si alimentano dello sfruttamento ambientale e, spesso, umano.

Occorrerebbe adottare, individualmente e tutti insieme, la logica del meno. Rinunciare a qualcosa. A tanto.

Quanti sono davvero pronti a farlo?