Le intermittenze della morte di Saramago: Recensione.

Il nostro blog riparte con una proposta di lettura per palati raffinati. Un Nobel per la letteratura: scusate se è poco!

Zar@

Recensione a cura di P. Traccis

Le intermittenze della morte è un romanzo di fantasia che, alla maniera di José Saramago, parla di realtà e scava nel profondo dell’umanità tutta intera.


Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre di un anno imprecisato, in un Paese innominato: nessuno muore più. L’eternità si abbatte come un meteorite sul capo delle persone e delle istituzioni con tutte le difficoltà del caso. «Quali difficoltà?», direte voi. La vostra obiezione è più che comprensibile. Di primo acchito la prospettiva di non morire somiglia a un dono, il più grande e straordinario che la vita potrebbe riservarci. Non è forse il sogno dell’umanità fin dai suoi albori? Ciò che spiega gran parte della nostra cultura, dando un senso alle religioni, alla filosofia, alla poesia e all’arte (non omnis moriar…).

Tuttavia la comunità descritta dal premio Nobel portoghese, prende coscienza abbastanza in fretta del paradosso che caratterizza l’esistenza umana: la morte è essenziale alla vita.

Il vivere per la morte è l’unico vivere autentico e persino il solo ad essere praticabile.


Governo, compagnie di assicurazione, chiesa, maphia e senso comune devono fare i conti con la morte sospesa come col peggiore degli incubi, e ognuno studia una soluzione che permetta di salvarguardarne i vantaggi minimizzando gli intoppi o magari di speculare su entrambi.

L’enorme turbamento, causato dall’eccezionale interruzione della legge di natura, svanisce quando una busta viola viene recapitata ai media perché il contenuto venga letto a reti unificate.

La lettera autografa è della morte in persona, la quale annuncia la ripresa della sua attività, ma con una novità nella procedura rispetto al passato: con cadenza regolare, ogni persona destinata a morire ne riceverà comunicazione una settimana prima, attraverso una busta viola recapitata a domicilio.

Lo sconquasso delle morti sospese lascia il posto allo sgomento degli sfortunati (o fortunati?) destinatari delle missive viola.

Da un lato questi ultimi avranno il tempo di congedarsi dalla vita e dagli affetti e magari di togliersi qualche sfizio, quel tempo che è sempre mancato o che ha presentato agli uomini un conto talvolta molto salato. Quale occasione migliore della morte certa, per alleggerire i rimorsi di coscienza in un confessionale? Per chiedere perdono o riappacificarsi con qualcuno. O per abbandonarsi senza remore alle pulsioni represse.

Dall’altro però si precipita anzitempo nell’angoscia del tempo scaduto e del mai più.

Fortuna o sfortuna, così è deciso.
La morte riprende la sua meticolosa routine dalla profondità di un giaciglio freddo e spoglio, con la sola compagnia di una falce ferruginosa e muta.
Come una regina, domina di nuovo sul mondo, invincibile. Tuttavia non può gioire di questa condizione né condividerne gli aspetti dolorosi perché non può provare né gioia né dolore e nessun’altra emozione o sentimento, compreso l’amore. La carne e il sangue di cui è priva, nel suo essere di spirito e di ossa, rappresentano l’unico scacco dell’essere umano nei confronti della nera signora. Uno scacco che è la vita stessa, ciò che manca alla morte e al tempo stesso le permette di porre fine a quella altrui.

A questo se ne aggiunge presto un altro, inatteso e incredibile: una delle buste viola, diretta ad un violoncellista di mezza età, continua a tornare indietro ogni volta che la morte ne dispone la spedizione, senza mai raggiungere il destinatario, al punto che quest’ultimo compie 50 anni mentre sarebbe dovuto morire a 49. L’affronto inaccettabile la induce a recarsi di persona dall’uomo che era sopravvissuto a se stesso, assumendo sembianze femminili per poterlo avvicinare.

La consegna della lettera si dimostrerà meno facile del previsto.

La fredda esecutrice del destino degli uomini finirà con lo specchiare la sua solitudine in quella dell’ignaro musicista e sperimenterà qualcosa di più forte della morte stessa.


Una storia originale, acuta e divertente, per certi versi commovente. Una scrittura creativa, ironica e pungente, a tratti virtuosistica, ma senza mai appesantire troppo il lettore. Libro piacevole e senz’altro capace di ispirare una riflessione profonda sul senso della vita e della morte.

Per saperne di più sull’autore del libro:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago

Fuori dal tunnel

A cura di Zar@

Care lettrici e cari lettori del nostro amato blog, siamo tornati!

Sospesi nei nostri pensieri e desideri, per la pandemia che assorbe ogni concreta energia, ci siamo attardati un po’.

Sono stati mesi di sconquasso e riflessione, per noi come per tutti. Il nemico invisibile ci ha rubati alla nostra più grande passione: immaginare per essere. E scrivere di ciò che abbiamo immaginato.

Un nuovo modo di concepire il lavoro e l’esistenza ci ha obbligati a rivedere tempi e modi del nostro stare al mondo e del nostro raccontarci. Abbiamo disperato e sperato, pianto e riso per non piangere. Adesso guardiamo al domani con la fatica dell’oggi, il peso e la lezione dei mesi passati, tra lockdown e spensierata incoscienza estiva. Tra un’ondata e l’altra sentiamo di nuovo il bisogno di essere tra voi e, soprattutto, di essere noi. Anche questa è resistenza (non me ne vogliano i modaioli del linguaggio, ma odio l’abusatissima parola resilienza).

Da oggi si ricomincia: facciamoci compagnia! Salpiamo insieme, di nuovo e per la prima volta. La luna e le stelle ci guideranno.

Incontro con la solitudine 5: racconto in progress.

A cura di Zar@

Al mondo, tra umani, si è di reciproca utilità. Se avete più di 15 anni, probabilmente avrete ampiamente raggiunto tale consapevolezza.

Ve la portate nel cuore o la esprimete ad ogni nuova delusione, sperando di sbagliarvi, certi di muovervi nell’alveo della verità.


Prendete l’attrazione sessuale, questa scintilla che scocca tra due persone che si incontrano e ne accende i destini. Se la cosa è reciproca ci si sente eletti dal cielo, come legati da un filo invisibile e indistruttibile. Finché dura. Finché la fiamma non si spegne e la luce non si fa fiocca.


Se invece la cosa è a senso unico, si produce una relazione squilibrata, in cui uno dei due detta le regole e l’altro si adegua. Lo sfortunato amante non corrisposto si spende e si spande per entrare nelle grazie dell’amato e si carica di continue illusioni che vanno incontro a frustrazioni sempre più amare. Il primo è utile e il secondo indispensabile. Entrambi giocano, ma lo sfortunato ha già perso. Ha perso tempo, spesso denaro, energie e soprattutto dignità. Ha perso se stesso dietro un rapporto che galleggia sull’abnegazione e sullo sfruttamento della debolezza altrui per scopi egoistici.


C’è l’amore, direte. Chi ama non usa, si dona. Si consegna anima e corpo nelle mani dell’altro e si aspetta da lui la stessa cosa.
Il problema è proprio questa indomita aspettativa. Scambio, anche in amore è la parole d’ordine.


Da quando la solitudine è diventata mia amica, non mi sono sentita più sola
Non mi sono sentita più usata. Niente più scambio, Do ut tu des, ipocrisia che si misura con il tempo secco in cui retrocedi nel dimenticatoio, quando nella vita altri si fa strada chi è più utile di te.


I rapporti tra potenti e lacchè, li riconoscete dalla costanza del like ad ogni loro post più o meno insulso. Che v’importa di me e delle altre anime semplici, delle persone inutili, se potete contare sul favore temporaneo e labile del potente di turno?
Ci archiviate, come le email di SPAM.
Diventiamo un turno da dover rispettare, ma il dovere stanca e porta alla fuga anche le persone più allenate al numero. Perché il numero conta. Un like è sempre un like e più sono meglio è. Un contatto è pure un contatto, non si sa mai quando possa tornare utile. Non si spreca nulla e un pollice in su non si nega a nessuno, come risposta standard e ultimativa delle conversazioni che pesano, che impegnano senza tornaconto.


Tuttavia, prima o poi, dal pollice in su si passa al silenzio, all’assenza prolungata. In fondo non siamo mai stati veri amici…


Colui che esercita un potere si prodiga in azioni le più rivoltanti e sterili e quasi sempre ignora quanti attendono da lui la grazia. Perché l’utile è anche il suo criterio e un like è solo un like. Un contatto è solo un contatto e se non è utile prima o poi diventa un peso.


È il mio lavoro, dice qualcuno. Devo pure mangiare…
Si vive di solo pane è inutile farsi illusioni. Lo spirito è un incidente di percorso, il riflesso temporaneo di una fiamma destinata a spegnersi, quella della passione. Oppure il giro di parole di chi non si arrende alla verità, ma volens o nolens la incarna. Al mondo si è reciprocamente utili o soli.

Incontro con la solitudine 4: racconto in progress

A cura di Zar@

Ci si siede sul bordo di una vita, a contemplare se stessi e i propri insoluti. Ci si domanda dove e come ci si è smarriti e se un giorno sarà possibile incontrarsi di nuovo, con gli stessi grigiori negli occhi e le stesse vane speranze.

Io mi sono perduta per caso, come mi ero trovata. In un giorno di rose e liquore caldo, a primavera inoltrata, guardando un ambulante agitare il proprio coltellino svizzero di fronte al suo misero pasto. Una coltre di nebbia sottile e traslucida avvolgeva tutto e suggeriva una giornata storta, con il sole che cercava di insinuarsi tra il bianco vaporoso e la stanchezza dei pensieri.

Mancava un’ora al mio appuntamento con il destino, a me sembrava solo un inutile scorrere di tempo. L’ambulante schioccava le mani e digrignava i denti gialli, guardandosi intorno alla ricerca di acquirenti per le sue cianfrusaglie.

Non appena lo sguardo di un passante si posava su uno degli oggetti in bella mostra sul tappeto logoro, le sue labbra si increspavano in un tiepido e fugace sorriso, spento dall’affrettarsi dei passi in avanti, lontano dal suo spazio di vendita e di vita.

Non capivo come si potesse vivere di così poco, di speranze accese e subito spente, di chincaglieria e ammennicoli. Di strade intrecciate a vite superflue eppure indomite.

Il mio bisogno di silenzio contrastava con la routine cittadina delle persone e delle cose. Tenevo stretta la borsa a tracolla, aggrappandomi ad essa come all’ansia di perdere il treno. O di prenderlo. La decisione di partire era stata presa da giorni, ma il timore di non farcela era sempre più forte.

A quale approdo ero destinata, mi domandavo. Allora non sapevo che non mi sarei più sentita così sola in vita mia e che avrei rimpianto quella sensazione.

Gli artigli del mondo si sarebbero conficcati per sempre nella mia carne, rossa di sangue innocente e viva.

21 anni senza Fabrizio De André, scomparso l’11 gennaio 1999.

A cura di Zar@

Faber è immortale, come lo sono i geni.

Tracciando un solco profondo nella storia della musica, ha seminato parole, note e profonda umanità, che hanno fatto germogliare quella bellezza ineguagliabile che per ognuno di noi è dono perenne e irrinunciabile.

Eppure sono passati 21 anni dalla perdita di questo grande artista, genovese per nascita e sardo per elezione.

Oggi vogliamo ricordare e ringraziare Fabrizio, per il suo sguardo puntuale e acuto sul mondo, così misericordioso nei riguardi degli ultimi, così implacabile verso i potenti e le loro angherie. Per il suo essere (tuttora) fuoco che illumina e scalda menti e cuori. Lungimirante come solo un classico sa essere.

Il nostro grazie arriva insieme alla nostalgia, con il testo di una canzone bellissima che tanto gli somiglia: Amico fragile.

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi “
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.E poi sospeso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

Recensione: Il paese delle Croci.

La prima recensione del 2020 riguarda un avvincente romanzo giallo, di recente pubblicazione.
Buon anno e buona lettura dalla Redazione.
Zar@

A cura di Pasqualina Traccis

Il paese delle croci, pubblicato da Emersioni a settembre 2019, è  l’ultimo libro di Gianfranco Cambosu, affermato autore di Nuoro che da anni coniuga la passione per la scrittura con la professione di docente di Lettere al Liceo.

Il romanzo, appartenente al genere giallo, è ambientato nel cuore della Sardegna, in Barbagia, come gran parte dei romanzi della sua illustre concittadina (e lontana parente) Grazia Deledda, unica donna italiana insignita del Premio Nobel per la Letteratura, nel 1927.

Il titolo riprende il nome del villaggio immaginario nel quale si svolge il racconto e ne richiama al tempo stesso il destino di morte e desolazione.

A Sas Ruches (letteralmente “Le croci”), il giovane siciliano Ercole Cassandra giunge nel ruolo di insegnante presso la scuola media, ma il suo vero proposito è indagare sulla misteriosa uccisione di suo padre, capitano dei carabinieri, avvenuta nel paese barbaricino quando lui era ancora bambino.

Il delitto si inscrive in un contesto sociale complesso e aspro, con leggi proprie e implacabili, intrecciandosi con un losco traffico di bronzetti nuragici, uno stupro di gruppo e il ruolo controverso di un’attempata maîtresse nuorese.

La storia, sospesa tra la ricostruzione di ciò che è accaduto e il progressivo delinearsi di ciò che potrebbe accadere, alimenta una suspense che tiene il lettore ancorato al libro dalla prima pagina all’ultima.

La narrazione intrigante è impreziosita da scrittura ricercata e icastica, per nulla scontata per un romanzo che si colloca tra il giallo e il noir.

Isola nell’isola e terra di misteri, la Barbagia descritta nel libro tra realtà e finzione, è matrice di un’umanità specifica e di inconsueto fascino, che difficilmente si può incontrare in altre parti del mondo.

Prova ne è il matriarcato che contraddistingue Sas Ruches, aspetto tra i più interessanti e originali del romanzo e chiave di lettura non secondaria delle vicende narrate.

Le donne, infatti, incarnano le contraddizioni più profonde e radicate della piccola comunità: il destino di violenza e morte e, insieme, la speranza di un cambiamento di prospettiva che apra a un domani migliore.

Come la tenace e sensuale quarantenne Gavina, sono capaci di portare sulle spalle il peso di una sofferenza indicibile, appena accennata nelle lacrime lavate via sul nascere con un gesto atavico di imperativa dignità.

Come le due allieve più diligenti del professor Cassandra, sono germogli di una rivoluzione culturale che nasce dal disperato bisogno di pace e futuro delle nuove leve.

Consapevoli del proprio ruolo sociale centrale, nel volto imperscrutabile e nel cuore risoluto, le donne del romanzo celano il desiderio di abbandonarsi alla propria fragile umanità, per farla prevalere definitivamente sull’odio e sulla morte.

Altra forza viva e sovversiva di una comunità prigioniera di se stessa e di un tempo in bilico tra passato e presente, sono gli alunni del professore siciliano.

Da buon insegnante, Gianfranco Cambosu sembra riporre proprio nei giovani e nella cultura, la speranza definitiva di riscatto di un’umanità straziata e persa. Affidando alle scintille che scoccano dai loro occhi, l’arduo compito di farsi fiaccole per rischiarare la notte profonda delle loro anime e delle nostre.

Scorrevole e coinvolgente, Il paese delle croci è un libro che consiglio agli appassionati del giallo e a chi ama le buone letture di qualsiasi genere letterario.

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Recensione: l’uomo duplicato, José Saramago.

A cura di Zar@

L’autore non ha certo bisogno di presentazioni: il meritatissimo premio Nobel per la letteratura, nel 1998, parla da solo.
Il libro in questione si intitola L’uomo duplicato, edito da Feltrinelli, come tutte le opere del grande scrittore, poeta e drammaturgo portoghese.

Già il titolo e la copertina incuriosiscono, portando a sceglierlo tra tanti libri scritti dallo stesso autore.

La trama è originale, come al solito, per certi versi geniale.
Il libro racconta la storia di Tertulliano Maximo Alfonso, un professore di storia della scuola media, che già nel nome sembra recare la garanzia di un’assoluta unicità. Al contrario, durante la visione di un film di second’ordine, il professore scopre che al mondo esiste un attore secondario che sembra essere la sua copia perfetta. Da quel preciso momento la sua vita non sarà più la stessa.

La scoperta lo trascina in un vortice di sentimenti e di comportamenti contrastanti che raggiungono il culmine dopo l’incontro con l’attore.

A partire da quell’incontro, due esistenze (fino ad allora) medie acquistano una piega morale lontana dal vivere inquieto ma regolare del professore di storia, che inoltre fa emergere l’atteggiamento doppio e spregiudicato dell’attore, conducendo ad un epilogo tragico e inatteso.

Al di là della trama originale e della scrittura di altissimo livello, il libro è una riflessione sull’individuo, sul suo diritto di prelazione sull’esistenza che deriva dalla certezza (o dall’illusione) della propria unicità. Saramago sembra porre un quesito di stampo platonico: e se fossimo solo copie? E copie di copie? Come reagiremmo a questa scoperta? Potremmo sopportare questa condizione di esseri senza un’identità definita e indivisibile?

Il vero odio verso il prossimo, sembra dire l’autore, non è quello nei confronti del diverso, ma quello nei confronti del simile, o meglio dell’uguale.

Persuasi di essere irripetibili, pensiamo di aver diritto al posto che occupiamo nel mondo e proviamo rancore verso chi è troppo simile  a noi, mettendo in discussione la nostra certezza di essere l’originale e non la copia (una volgare copia).

Il libro si presta anche ad una riflessione psicologica sugli egoismi umani, sulle bassezze morali alle quali possono condurre. E inoltre sull’amore,  come paura del fallimento e indecisione eterna, o come porto sicuro da cui prendere il largo, nell’illusione che l’amore resti là ad aspettarci.

Davvero bello, da leggere!

Il linguaggio degli schiavi: riflettiamo sui nostri tempi con Marcuse.

A cura di Zar@

Marcuse notava che nel parlare il suo proprio linguaggio, la gente parla sempre più il linguaggio degli agenti pubblicitari (in senso ampio), in altre parole dei suoi padroni (i quali a loro volta ne hanno altri e così via). Nel descrivere la realtà politica e sociale o i propri sentimenti, nel rappresentare preferenze e istinti, non esprimono solo (o più) se stessi, ma anche (e soprattutto) ciò che gli dicono i media, e questo si confonde con quanto pensano, vedono e sentono realmente, finendo per prevalere.

Questa cosa mi fa impazzire. Nel descriverci, nell’esprimere amore, odio, disgusto, piacere e dispiacere sempre più usiamo i termini della pubblicità, delle serie tv, dei bestsellers, dei social network. Usa questo linguaggio persino chi prende le distanze da tutto ciò. I critici letterari o presunti tali, per esempio, nel recensire e consigliare libri.

Un linguaggio che esprime e rafforza quell’universo di pensiero e di comportamento definito, quel sistema di controllo che (a parole, sia chiaro) vorrebbero soverchiare. Vero è che la schiavitù conviene a molti, compreso qualche ribelle prezzolato. Ogni tanto penso: dovrei prendere nota (principalmente tramite i social) e scrivere qualcosa che parli di questo, magari in modo ironico e allegorico, perché tutto il resto, tutto ciò che nel nostro mondo occidentale non va, ne è (in vari modi) conseguenza.

In questo stesso contesto si colloca l’ostilità dei più nei confronti della metafisica e della poesia. Peggio: l’indifferenza. Peggio ancora, per dirla sempre con Marcuse: la tolleranza. Un ritagliare delle “nicchie” in cui riconoscere un certo valore a queste stramberie linguistiche e concettuali, non riconducibili al linguaggio comune in quanto sublimanti, trascendenti, vaghe, assurde, contraddittorie, sconvenienti. Gli si riconosce valore in una dimensione semantica e assiologica separata. In questo modo si protegge l’universo normale di pensiero, sentimento e comportamento da ciò che può SERIAMENTE metterlo in discussione o turbarlo.

Il filosofo è un pazzo, un malato da guarire. La sua malattia è un linguaggio (dunque un sentire, un pensare e un essere) non conforme. Il poeta è un pazzo, un malato da guarire. La sua malattia è la stessa del filosofo. La loro malattia è una reazione al mondo malato in cui viviamo e una lotta per l’indipendenza. Le loro stranezze sono più razionali e vere della loro negazione, perché sono parole e concetti che esprimono le contraddizioni e gli inganni della razionalità oggi prevalente. La loro pazzia è lucidità. Il vero manicomio è questo mondo, chiosava ancora Marcuse in L’uomo a una dimensione.

Al poeta, diceva, spesso si rimprovera di non farsi capire: bella la poesia ma criptica, un esercizio di stile interessante che non si traduce in cose e comportamenti, a differenza del linguaggio comune, sempre operativo, che ha pervaso ogni ambito del vivere sociale e persino l’approccio alla cultura. Vogliamo capire i simboli e le immagini della poesia, tanto è vero che per sponsorizzarla la traduciamo nei termini del linguaggio (pubblicitario) comune. Il poeta condivide la sua poesia, dunque in un certo senso si augura che venga compresa. Il fatto è che ciò che dice non si può dire nei termini del linguaggio prevalente, omologato e omologante. Comprendere la sua poesia presuppone proprio la confutazione e il crollo di quell’universo di discorso e di comportamento in cui la si vorrebbe tradurre e con cui se ne fa pubblicità. O fa questo o non è poesia. Un po’ come non è filosofia.

I termini filosofici, precisava, devono essere diversi da quelli ordinari, perché l’universo di discorso stabilito porta in sé e riproduce il sistema di manipolazione e controllo a cui tutti siamo soggetti. Un sistema subdolo ed efficace che ha fatto della libertà, del confort e dello svago il suo principale strumento di controllo. Poeti e filosofi stessi, a un certo punto hanno iniziato a svendersi, nel cercare di normalizzarsi, in preda a un complesso di inferiorità che qualcuno ha spacciato per “presa di coscienza” o esigenza di aderenza alla realtà. Il primo talvolta si è scagliato contro il secondo. Il filosofo è uno che vola troppo alto, dice, che parla per pochi e di niente, lasciando tutto com’è. Il poeta invece si sporca le anime e le mani, dice le cose di quaggiù per come stanno, le denuncia e si autodenuncia, le vive, le cambia, le assolve. Poeti le cui opere sono cariche di metafisica si sono scagliati contro la metafisica. I filosofi a loro volta hanno preso le distanza dalle invenzioni, dalle parole evocatrici, come se fossero passati invano un Parmenide o un Platone, con pagine di un valore letterario non inferiore a quello di un Dostoevskij. A qualcosa ci si deve pur ribellare, quando si avverte la schiavitù senza avere la forza di liberarsi. Anche il filosofo si è adeguato al pensiero scientifico-tecnico dominante e ha rinunciato sempre più alla metafisica. Si è dedicato all’analisi del linguaggio, alla scienza, alla psiche e ad aspetti della società, limitandosi a “prendere atto”, muovendosi nell’universo di pensiero e linguaggio dato, di fenomeni nei confronti dei quali non esercita alcuna “forza negatrice”. Ci si è dispersi nel particolare e auto neutralizzati, intrappolati negli schemi che da dentro è impossibile vedere.

Il poeta si è vergognato di sublimare e il filosofo si è vergognato di trascendere. Ma sublimare e trascendere sono processi essenziali per poter comprendere e soprattutto per poter negare. Dunque hanno smesso di fare entrambe le cose ed eccoci qui. Eccoci, a vendere libri di Filosofia e di Poesia come si vendono le biografie dei calciatori e delle soubrette. A venderli dopo aver venduto queste (se avanza tempo e spazio) e con le stesse tecniche, lo stesso linguaggio. Ad ammirare poeti e filosofi come se fossero creature mitologiche, che non possono turbare il nostro sonno perché non esistono. E se un lieve turbamento ci assale, passa in fretta. Si torna spediti al like per il like.