Pensieri sulla bellezza

A cura di Zar@

La bellezza non è un oggetto da possedere, è platonicamente uno stimolo a creare.


L’eros, nella sua dimensione più pura, è la nostra risposta al tempo che tutto divora. Di qui il suo legame congenito e costante con la morte.

Un voler lasciare traccia di sé creando, pro-creando, nel bello. È istinto della specie e bisogno di senso dell’individuo.

Si può creare nella bellezza e lasciare traccia di sé in tanti modi, non solo bilogicamente.

Chiedetelo a un poeta, a un musicista, a un artista. Siamo bellezza e seminare bellezza, lungo il nostro cammino è il senso del nistro essere al mondo.

Un senso spesso tradito, in un mondo improntato all’utile e dominato dalla volontà di potenza, pullulante di brutture che sviliscono l’umanità
Un senso da ritrovare per ritornare a noi stessi.

La prossima volta saremo felici  di Oliviero Malaspina: Recensione

A cura di P. Traccis


La prossima volta saremo felici, la raccolta completa di racconti di Oliviero Malaspina, edita da Galata Edizioni a fine 2017, è un libro sorprendente e geniale, come il poeta e cantautore che ci ha lasciato  nove mesi fa.

Un florilegio di istantanee di vita. Pur non avendo l’unità letteraria di un romanzo, presenta una certa unità speculativa, di pensiero e di sentimento.

Come se fosse un unico racconto che si distribuisce tra più esistenze, diverse ma accomunate dallo stesso destino di “gettatezza nel mondo” e di umanità. Un Purgatorio a gironi di anime perse nel caos esistenziale, senza colpe da espiare, senza crediti da riscuotere, senza anelito di salvezza, terrena o ultraterrena.

Colpisce innanzitutto la musicalità del testo dei racconti, coessenziale alla loro comprensione e interpretazione. La musica in quest’opera è molto più che un sottofondo esistenziale e va oltre la parentela tra Musikè e Poiesis.

È come se la musicalità intrinseca dei testi ne dettasse i tempi di lettura.

Non è questo un libro a un tempo solo.

Ci sono pagine e passaggi dal grave all’adagio: parole e vita (sempre intrecciate) da meditare, da accogliere e da respingere, nel tentativo di pervenire a una sintesi di pensieri e stati d’animo contrastanti e apparentemente inconciliabili.

Periodi che tengono il tempo, altri che sono “fuori tempo”. Pagine di cui si finisce invece per fare incetta, nello spasmo di capire dove portano. In un rapido crescendo di riso e pianto (presto, prestissimo), si insegue il paradosso e ci si sorprende di essere a metà del percorso complessivo.

Bellissimo il gioco di rimandi alle canzoni che hanno segnato il percorso artistico e il vissuto dell’autore, alla sua produzione personale e alla collaborazione e amicizia con artisti del calibro di Fabrizio de André (al quale il libro stesso è dedicato) e del figlio Cristiano. Come se i racconti fossero un’appendice delle sue canzoni e viceversa. Prologo, approfondimento, epilogo delle canzoni di Oliviero Malaspina.

I protagonisti non possono che essere loro: gli ultimi tra gli ultimi. Quegli “ultimi” che non saranno mai “i primi”, perché non sanno, non sperano e non vogliono redimersi e tanto meno salvarsi. Quegli ultimi che primi forse lo sono già, proprio per questo.

Mentre scorrono i racconti, si ha la sensazione di cogliere qualcosa di cristiano (o di cristologico) nelle storie e nei protagonisti. Cristiano, nel senso profondo e umano in cui Nietzsche diceva che “in fondo è esistito un unico cristiano e questi morì sulla croce.” In quelle esistenze, nelle persone raccontate, sembra di vedere la prosecuzione della Passione di Cristo.  La croce è un motivo ricorrente. Del resto, la nostra cultura e il suo linguaggio sono impregnati di cristianesimo, in qualunque modo si voglia interpretare la figura e la simbologia del Cristo.  Ad ogni modo, se Cristo è innocenza, i protagonisti dei racconti sono piuttosto assenza di colpa e di merito. Questo perché l’esistenza umana, sembra dire Malaspina, non può essere né assolta né condannata.

D’altro canto, si potrebbe forse riassumere l’intero libro con la riflessione dell’autore sulla guerra e sui crudeli traffici che essa alimenta: “la guerra si nutre della miseria che crea. E la miseria si consuma nella miseria”.  Anche perché, leggendo queste pagine si viene proiettati in una dimensione atomistica (viene in mente il poeta Lucrezio) e, al tempo stesso, eraclitea. Le vite narrate (o cantate) sono concatenazioni e combinazioni di eventi incastonate in una più ampia, impersonale e casuale, che non è né giusta né sbagliata. La realtà è puro processo, senza meta e senza senso. Il nostro vivere è parte di questo divenire e noi siamo solo un momento, un passaggio dal nulla all’essere e dall’essere al nulla. La lotta perenne tra gli opposti è la legge che governa le cose e la vita umana e l’unica armonia possibile. Se da un lato la consapevolezza di questo processo sfocia nella paura e nel tentativo di sottrarsi al nulla (che cos’è lo stesso poiéin dei poeti, se non il tentativo di sottrarsi al nulla  dell’esistenza? Exegi monumentum aere perennis), dall’altro, tale consapevolezza è libertà, forse l’unica possibile. Di certo, una delle più alte. 

Leggendo il libro, sembra di scorgere quella legge universale e questa libertà nelle vicende narrate, nelle vite dei personaggi e nella scrittura di Oliviero Malaspina.

Scrittura che fa male e bene al tempo stesso. Mescolanza di verità che affonda il coltello nella carne e poesia che sublima il caos. Poesia che trafigge il cuore, fino a ridurlo in mille pezzi, ma anche Poesia che consola, come unico appiglio di armonia e bellezza. Armonia degli opposti, stella danzante che nasce dal caos, musica ancora. Restituzione di senso, umanissimo.

In questo quadro nessuno dei personaggi è innocente.  Probabilmente alcuni sono colpevoli. Ma la loro colpa va al di là dell’errore. Di certo, non si contempla alcuna assoluzione. Tanto meno, salvezza. L’unica possibile salvezza è il sottrarsi a essa e al potere che esercita chi ha la prerogativa di concederla: “solo chi vive nell’errore senza essere perdonato è salvo”.  Il resto sono meccanismi di difesa inconsci.  Se odiamo chi sbaglia è solo perché amiamo lo sbaglio. E dall’inconscio si passa alla coscienza e all’autocoscienza: i protagonisti del libro sanno che saranno felici la prossima volta, vale a dire mai.  Per questo fuggono la speranza, illusione astratta e menzognera, dolorosa. Per questo, al morire mediolento preferiscono la morte fisica, concreta e rapida.

Certi stralci sono diretti, nudi e crudi anche nel linguaggio e dolorosi, inquietanti, abissali. Parole che sono fatti, azioni. Storie che incedono tra il reale e il surreale, talvolta paradossali. Alcuni racconti sono esilaranti, ma mai leggeri. Per poi scoprire che ciò che fa ridere è anche ciò che fa piangere e viceversa. L’ironia si conferma uno strumento potentissimo di disvelamento della realtà. Ma che cos’è la felicità? Più che a questa domanda si risponde all’altra: è possibile?  E all’altra ancora: perché la felicità? Perché non piuttosto l’assenza di felicità o l’infelicità? Inevitabile porsi il problema della genesi di questo significante, il cui significato è oggetto di disquisizioni sottili e lacerazioni scarnificanti. Un’aspirazione naturale e universale, umana? Il corrispettivo atteso della virtù o piuttosto la fuga da essa? Una menzogna consolatoria? L’ennesimo tentativo di attribuzione universale di senso? Una condanna, forse.

Il pensiero e la scrittura di Oliviero Malaspina sono strutturalmente e coerentemente caleidoscopiche. Le stesse problematiche sono riproposte secondo molteplici angolazioni e le risposte sono molteplici. Questa poliedricità semantica e stilistica è anche la sua originale ricchezza di cantautore, autore e poeta fuori dagli schemi. Il tratto distintivo del realismo involontario che lo contraddistingue.

In mezzo a solitudini devastate, dolorosi distacchi, indifferenza al mondo che ricambia l’indifferenza del mondo, crudeltà subita e restituita, amore consumato, amore che consuma, vita triste che passa senza mai passare e morte agognata, resta la certezza dolorosa e misericordiosa della disillusione. Il gioco che tutti giochiamo, ciascuno a suo modo, ognuno con le carte pescate dal mazzo della vita o ricevute dal mazziere.

E chiuso il libro, un senso catartico di infinita bellezza.

Il poeta e cantautore più volte premiato a Musicultura
Il libro

Conformismo e potere

Redazione

Stare dalla parte della maggioranza è un bisogno naturale, inconscio, sfruttarlo è abbastanza facile. Chi ha sperimentato l’esclusione e l’autoesclusione, talvolta preventiva, sa cosa vuol dire essere minoranza, ma soprattutto individuo. Non è facile.
A meno di non avere un disturbo come ad esempio la sindrome di Asperger, essere conformi è il nostro modo di crescere e di vivere in società. Anche chi differisce aderisce ad un modello altro, cui si conforma.

Che tu sia minoranza o maggioranza, se vivi in società sei costretto a conformarti e sei strumento di qualcosa di più grande e di qualcuno di più potente di te. Ogni relazione è verticale, caratterizzata da un esercizio di potere.


L’individuo non ha altra possibilità per affermare se stesso e per essere totalmente libero che vivere in un’isola deserta (dopodiché se la vede con la natura). Tuttavia nessuno vorrebbe vivere isolato dal mondo e in compagnia di se stesso. Nemmeno io.
Sapete qual è il modo migliore di controllare?  Massificare, omologare, sfruttare il bisogno di stare dalla parte della maggioranza, di andare in una certa  direzione perché “tutti lo stanno facendo”.

Questo è solo un modo però.


L’altro è il suo contrario:  isolare, atomizzare, spezzare i legami comunitari e identitari, in modo da individuare il bersaglio, sproteggerlo e mirare a colpo sicuro.

L’individualismo è l’altro efficacissimo meccanismo di controllo.


Si tratta di distruggere ogni baluardo difensivo (etico, culturale, sociale) presentandolo come gabbia. Ti convincono che stai abbattendo le pareti di una prigione, mentre stai buttando giù la fortezza che ti ha difeso fino a quel momento. Ti spingono a emanciparti, a liberarti da ogni vincolo interiore o esteriore, col pretesto di sottrarti alle grinfie di un potere oppressivo, per poterti controllare meglio e al suo posto, dopo averti isolato e reso inoffensivo.

E tu ti senti libero come non mai, mentre dovresti sentirti prigioniero più di sempre, perché hai perduto definitivamente ogni speranza di libertà.

È il bisogno che muove e tu non  sentirai più il bisogno di essere libero.
Una volta diventato niente e nessuno, ti ritrovi ad essere in balia di un potere subdolo e meschino, che non ti impone nulla, ma ti fa fare tutto ciò che vuole.
Un solo gregge e nessun padrone…

Chi additerai per questa nuova prigionia, contro chi rivolgerai il pugno chiuso quando non riuscirai a tenere il passo di questa nuova libertà? Contro chi imprecherai quando la sanità pubblica sarà privatizzata e svenduta allo straniero come altre realtà? Quando il modello americano sarà per intero realtà. Contro te stesso, forse? Perché sei tu l’unico responsabile di tutto questo.

Essere massa significa esporsi al controllo. Essere comunità significa proteggersi dal controllo. Essere qualcosa, qualcuno, significa opporre resistenza a chi tenta di plasmarti, avendo tu già una forma. Essere niente e nessuno significa diventare tutto ciò che si è deciso che dobbiamo diventare.

Non siamo massa! Siamo qualcosa, qualcuno!

Sapere aude.

Primavera e ricordi

A cura di Mariposa

Avevamo dita di fango e occhi di cielo, grovigli di strade e speranze da vendere care. Il maestrale durava più giorni, sempre un numero dispari. Quando soffiava,  il profumo del mirto e del cisto si faceva più intenso. Tutto intorno, l’ansito del trattore di tziu Salvatore e le gocce degli irrigatori che facevano le bolle sul terreno rovente.


Nei pomeriggi estivi la panda di tzia Rosa saltava sull’asfalto dissestato mentre noi cantavamo la canzone dei monarchici. Non ci piacevano i monarchici, ma ci piaceva la canzone e cantarla a boghe manna. Tzia Rosa mi diceva “se ci sentisse tua madre…”


Quando si allungavano le ombre del pomeriggio e si avvicinava il crepuscolo, la via del mare era un formicaio di gente. Un miscuglio di colori e suoni, di profumi e di spensieratezza. La nostra testa pullulava di pensieri da distillare, per berli tutti d’un fiato, ingannando l’ebbrezza del sogno. Il sangue bolliva come un calderone infernale e ogni possibilità era una scheggia nelle carni.

L’ultimo sogno fu un nido di vespe. Sandro non ci seguiva più,  perso per sempre, come tutto ciò che può volar via nei giorni di maestrale. Io soffrivo in silenzio, per una strana forma di orgoglio. Tu dicevi “nelle secche del cuore germoglia sempre un fiore di ginestra”. La libertà è il fiore più bello.


Poi arrivava la notte e lo spirito del vento non possedeva più le onde. Ogni cosa sembrava riposare in pace. Passavamo sulla terra leggeri, come scriveva Sergio Atzeni.


Adesso, siamo e non siamo, sempre uguali eppure altro da noi stessi. Nel frattempo, abbiamo conosciuto il mondo esterno, le gioie,  le sofferenze e gli occhi aperti della vita adulta. Abbiamo incontrato persone ambigue e speciali, siamo stati all’altezza e incapaci di fare la mossa giusta. Ci siamo innamorati, illusi, persi e non ancora ritrovati.
In questa giornata di primavera, sento più forte la presenza di ciò che non è più.

Photo by Ana Lourenco

Un giro nei social network

A cura di Zar@


Sono stanca morta e non mi sento bene, oggi. Finalmente mi riposo un po’. Per farmi del male, faccio un giro nei social. Mi imbatto nella sempre più diffusa pretesa di mettetere al mondo un figlio con l’aiuto della Scienza, crescendolo da soli, perchè non si ha e non si vuole un compagno o una compagna e si hanno soldi da spendere in altri Paesi nei quali questa possibilità esiste.


La chiamano libertà, ma è liberismo trasposto sul piano affettivo e politico, con un esito che è liberale fino a un certo punto. Certo non è marxista.

Se c’è una cosa che non è merce né bene di consumo o proprietà, anzi non è nemmeno una cosa, ma una persona, è un figlio. Non è nemmeno un diritto, se non puoi fartelo e non hai le carte in regola per adottarlo. È, semmai, un soggetto di diritto. Ha dei diritti. Credo che tra questi ci sia suo padre, non foss’altro perché ce l’ha un padre, altrimenti non sarebbe neppure nato. O dua madre. Se lo chiamiamo genitore, il discorso non cambia.


Sì ma i padri abbandonano, picchiano, le madri sono superflue, le coppie tradizionali divorziano, famiglia è dove c’è amore e tanti altri “egoismi vestiti di sofismi” che non saprei definire in altro modo se non citando Guccini .

Non cambia la sostanza: vuoi un figlio e ti disinteressi del suo diritto, perché il tuo viene prima. L’amore e il denaro compenserebbero tutto.  Fatico a pensare che la mia libertà possa compensare la mancanza di libertà altrui. E che l’amore possa arrogarsi il diritto di cancellare una parte di te.

Un bimbo non sceglie, mai. Deve farlo lo Stato, per lui, in alcune circostanze. In questi casi, credo che dovrebbe legiferare affinché, se lo vuole, un bimbo abbia ciò che gli spetta per diritto di natura.


Ma se ti muore un genitore, non è lo stesso?

La soluzione sarebbe iniziare con uno solo, in modo da massimizzare le probabilità che ciò accada? Quanti sono stati cresciuti dalla madre e dalla nonna! Sì, ma le chiamavano, giustamente, disgrazie. Spesso c’erano delle foto del padre e la memoria custodita dalla restante famiglia a dare delle risposte alle domande di identità del bambino/adolescente/adulto.


Se la figlia fabbricata in provetta fossi stata io, avrei tempestato mia madre di domande, una volta cresciuta.  Dov’è mio padre? Chi sono io? Come ti sei permessa di cancellare per sempre una parte del mio DNA, vale a dire di me?  Avrei fatto lo stesso con mio padre.


Niente diritto in certi Paesi per chi non ha voce: papino firma un contratto e mammina può sentirsi in pace con sé stessa perchè la sua è una scelta d’amore e di libertà. Viceversa se ad essere sostuita è la donna, con la maternità surrogata. C’è chi preme perchè sia possibile anche in Italia.

Talvolta, si viene al mondo con buona pace delle donne che si calano nel ruolo di incubatrice (causalmente provenienti da Paesi poveri o di bassa estrazione sociale) e del Femminismo. Infondo è una libera scelta, nessuno ti costringe. Già. Basta così poco per autoassolversi, la parola libertà e la parola amore usate a sproposito, per esempio. Per non farsi altre domande. Invece bisognerebbe porsele, seza tabù.

Se proprio in Italia si deve andare in questa direzione, se tutti lo desiderano, non sarò io a oppormi. Tuttavia, resta una pratica e un business eticamente e umanamente controverso, del quale continuerò a dubitare.

La religione c’entra poco. Lo dico da atea. Anzi, da essere umano. Da animale razionale.

Le poesie

Redazione

Le poesie sono meravigliosi giochi di significanti che si intrecciano magicamente con i significati vibrando dal profondo dell’anima.

Brividi del pensiero e tremori di mani in un miracolo creativo senza sforzo, catartico, di cesellamenti minimi ed essenziali.

Il mistero del loro messaggio emozionale e teoretico si compie al momento della lettura e si chiarisce in svariati modi quante sono le personalità e i vissuti individuali e collettivi. Accade che siano rituali del cuore o  temporanei rapimenti. Smarrimento della mente e del cuore.

Fervore mistico e precipizio abissale, vita viva e sublimante  bellezza.

Dove sono i cantautori?

Redazione

I cantautori: creature mitologiche. Retaggi di un passato duro a morire per chi, come me, li ha sempre amati. Piano piano se ne stanno andando anche gli ultimi grandi, i più originali, quelli che sapevano dire ed emozionare. Alcuni bravi sono in ombra o impegnati in un’azione di resistenza, mentre le grandi case discografiche tentano il colpaccio con qualche personaggio promettente, abbastanza personaggio per poter essere venduto oggi.

Le canzoni del passato si sono guadagnate l’eternità, perché i grandi cantautori non si sono chiusi nel particolare, nell’individuale non universalizzabile, ma si sono aperti all’universale, nel parlare della realtà interiore ed esteriore. Oggi (vale per ogni ambito della società) non si va oltre il privato, anzi oltre l’ostentazione pubblica del privato.

Questo sguardo privatistico scava un abisso tra la musica e la vita. Pertanto ha ragione Guccini: il problema non è se le canzoni attuali siano belle o brutte, ma che sono totalmente inutili. Un tempo si raccontavano storie dalle quali emergeva la storia. Il vissuto collettivo si intrecciava con il vissuto personale e le grandi canzoni avevano sempre un respiro universale.

Il mito del Che viene raccontato da Guccini attraverso una riflessione dolce e amara sulle stagioni della vita e sulla giovinezza che finisce, come ogni bella illusione. Il Sessantotto esprime la sua dimensione puramente ideologica attraverso La canzone del maggio.

Spesso i cantautori non sapevano nemmeno di che cosa parlavano, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più semplice, quella della pagina stampata. Parlarne però era un bisogno collettivo e individuale. Altra epoca, altra società, altra gente.


Si aveva, gran bella cosa, la coscienza della propria medietà. Si dice sempre che gli artisti sono narcisisti. Tuttavia a me  pare che un tempo si fosse più consapevoli di avere poco di veramente interessante e nuovo da dire. E lo si riteneva un problema. Pertanto si leggeva, si prendeva spunto, si metabolizzava ciò che i geni (rari per definizione) avevano donato all’umanità più o meno ordinaria.

Nello sforzo di trascendersi, si dava una veste originale e una vita nuova a contenuti universali senza tempo. Nel raccontare le persone, le si elevava alla dignità del romanzo o della poesia, per la stessa consapevolezza della piccolezza umana, per la medesima lontananza dalla realtà vera, per la stessa atavica esigenza di cura. L’ascolto, così, era piacevole, emozionalmente coinvolgente e intellettualmente stimolante. Si rispecchiava un’epoca, nel bene e nel male, andando oltre in direzione dell’eternità.

Adesso si rispecchia un’epoca, ma nella sua stessa passeggera inconsistente cifra. Il risultato è che le persone con sale in zucca si annoiano, ripiegano sul passato o cercano all’estero, dove la qualità musicale credo sia avvantaggiata anche dall’incomprensibilità (ai più) e dalla consueta irrilevanza dei testi (con le dovute eccezioni).

Una volta un cantautore mi ha detto: “ce ne vuole perché una canzone o un’opera d’arte ti cambi la giornata o la vita”. L’ascolto dei mostri sacri della musica è condizionato in parte dalla loro fama. Questo è un fattore positivo e negativo al tempo stesso, come sempre lo sono le aspettative alte. Quando invece ascolti uno sconosciuto sei curioso, ma quasi sempre finisci per essere più critico. Dopodiché l’alchimia si compie o non si compie, come in qualsiasi incontro.


Il problema è anche la sovrapproduzione musicale. Una sovrabbondanza che satura il mercato e rende complicata e faticosa la selezione. Come quando al supermercato trovi scaffali su scaffali di merce e non sai cosa prendere, una sensazione quasi angosciante. Avere troppe possibilità equivale a non averne alcuna. Poi c’è l’assuefazione. Più sei esposto a qualcosa, più ti diventa indifferente. Per non parlare della rapidità degli stimoli, legata alla tecnologia, che rende tutti un po’ iperattivi, incapaci di soffermarsi, di prestare attenzione. Uno spirito sovraeccitato ha bisogno di stimoli rapidi, deve passare dall’uno all’altro, se no si annoia. Ascoltare un intero album è da boomer (invoco la Crusca contro questi neologismi).


Le persone sono perennemente annoiate,  alla perenne ricerca di nuovi stimoli. Non importa quanto stimolanti, purché siano nuovi.
Anche questa è una forma di disperazione. Queste persone sono disperate, che lo sappiano o no.
Di qui il successo delle piattaforme con milioni di brani, uno si ferma e parte l’altro, nessun impegno d’acquisto, nemmeno l’onere della scelta, le imposti e i brani scorrono, sulla base di algoritmi che ti conoscono meglio di tua madre.

Che fatica scegliere, se c’è chi lo fa per te. In questo nuovo stato di minorità, comodo quanto umiliante, abbiamo per tutore una intelligenza artificiale. 

Mancarsi

A cura di Zar@

A volte ci manchiamo per aver corso troppo, per aver preso male la mira, per non essere stati abbastanza cocciuti o per esserlo stati troppo.

A volte ci manchiamo, perché non ricordiamo più chi eravamo, sebbene ci sforziamo di somigliarci, non siamo più noi.

A volte ci mancano gli altri, quelli che ci facevano da specchio, quelli che ci ricordavano che per qualcuno sei importante e vali più di quanto sei disposto a concedere a te stesso. Ci mancano ed è come se mancasse un pezzo di noi stessi, perso nel nulla che anche noi saremo.

Ci manchiamo, a volte, perché non abbiamo più il respiro degli anni migliori, quelli in cui tutto può ancora essere. Ci resta l’affanno del quotidiano. Il desiderio di pace, nella battaglia perenne della vita adulta e responsabile.

Dovremmo inseguirci, aspettarci, perdonarci. Invece fuggiamo da noi stessi e facciamo di ogni nostra mancanza una colpa, crocefiggendoci.

Il mio pensiero oggi va a tutti coloro che mancano e si mancano. A chiunque cerchi un nuovo senso per ritornare a sé stesso e alla vita.

Addio a Oliviero Malaspina: il poeta maledetto della musica che incantò anche Fabrizio De André.

Redazione

Il 6 settembre, presso l’Ospedale di Legnago, dove era ricoverato, il compositore, cantautore e scrittore Oliviero Malaspina si è spento a 63 anni.

Negli anni ha ricevuto tanti riconoscimenti in Italia e all’estero: premio Musicultura (1990, 1991, 1993); premio Lunezia (2001, con Cristiano De André); MGM Los Angeles, Migliore songwriter italiano (2005); Premio UNESCO per musica e poesia Messaggero di Pace. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato il prestigioso Premio Civilia- Cultura, Parole e Musica-alla canzone d’Autore, 15^ edizione, assegnatogli nel maggio 2025. L’artista non ha potuto presenziare, ma ha inviato una nota breve e sentita, potente nel contenuto, centrata sulla gratitudine verso tutti i suoi collaboratori.

La produzione di Malaspina si divide in progetti discografici (Caravaggio, 1995, Peer sauthern/CNI; Hai! Hai! Hai!, 1996, Peer sauthern/CNI; Benvenuti Mostri!, 2002, Target/Sony; Marinai di terra, 2005, Purple Eye/GAL; Malaspina, 2014, Hydra/Ululati) e opere letterarie (in poesia: per Edizioni Guardamagna Il ballo della fanciulla in fiamme, 1986, e Vivere davanti alla luna fredda, 1994; e in prosa: I racconti del pesce che piange e che ride, Edizioni Saecula, 2009 e La prossima volta saremo felici, Galata, 2017, Drammaturgia degli Invissuti- scritto con Giuseppe Cristaldi- (Fallone Editore, 2019). Nel 2006 il CNR pubblica Notti di Genova in Porta dei canti, con artisti del calibro di Fossati e Fabrizio De André.

Tra le collaborazioni con personaggi di spicco del panorama musicale si segnalano quella con Raphael Gualazzi e con Fabrizio e Cristiano De André. Con Faber stava lavorando ai famosi Notturni, mai completati a causa della morte del cantautore genovese.

Oliviero Malaspina era sensibile ai temi sociali e sempre dalla parte degli ultimi, come si evince da tante sue opere. La sua penna era eccezionale, il suo talento grande e la sua originalità decisamente fuori dal comune.

Ultimamente era impegnato nella realizzazione del nuovo album in studio, che sarebbe dovuto uscire con l’etichetta La Stanza Nascosta Records, con la produzione artistica di Salvatore Papotto.

Per una testimonianza più approfondita su questo un artista, presente spesso sul nostro blog, mostrando nei riguardi di tutta la redazione una gentilezza più unica che rara, rimandiamo ad ulteriori prossimi articoli.

Oliviero Malaspina

Annamé, la madre dei pozzi. L’ultimo romanzo di Giuseppe Cristaldi

Redazione

Amiche e amici, l’estate alterna grande caldo e refrigerio altrimenti detto maltempo. Resta però la stagione della lettura, grazie alle vacanze o alle agognate ferie dei più piccoli e di noi adulti. Sotto l’ombrellone abbiamo letto per voi  l’ultimo romanzo di un autore del Salento che vive nella meravigliosa Sardegna, di cui abbiamo in passato pubblicato le recensioni di altri libri.

Buona lettura e buona estate a tutti!

Questo romanzo, pubblicato dalla Casa Editrice Besa, ci colpisce già dal titolo: Annamé. Scopriamo subito che la desinenza è legata ad una espressione salentina che indica il togliersi di mezzo in fretta.

Anna nasce quasi di nascosto. Il suo stesso concepimento è un mistero per parte di padre, mistero che sarà presto svelato.

Per buona parte della sua vita la ragazza deve correre, quasi scappare, da sé stessa, dalla famiglia di origine, dal marito violento, sposato quasi per un atto di ribellione al patriarcato meridionale, negli anni Settanta, in cui il femminismo raggiungeva tutta la penisola e ispirava idee e lotte.

Anna diventerà madre e i pozzi saranno una costante della sua vita, anche di madre e donna coraggiosa.

Giuseppe Cristaldi scrive in modo poetico e talvolta gergale per contestualizzare la storia, che si fa sempre più interessante e in certe pagine toccante.

Consigliato per le donne e per gli uomini: abbiamo tutti ancora tanto da imparare sul rispetto reciproco e sull’amore.

La copertina del libro