Amami mare

A cura di Zar@

Come un’amante gelosa, vorrei che il mare mi riservasse le confidenze e le carezze delle onde.

Nella stagione estiva però sono solo una tra le tante che se ne contendono le attenzioni e la cura. Pertanto scelgo le prime ore del mattino, quando le persone ancora dormono o stanno per svegliarsi, siedo sulla riva e mi lascio coinvolgere nella danza marina, nel suo darsi e sottrarsi alla sabbia. Cerco di vedere al di là dell’orizzonte, come facevo da bambina. Vedere l’invisibile. Vedere nel senso di toccare ed esser toccata da un certo impatto col mondo.

Con le mani nella sabbia traccio segni e impronte che il mare cancella per custodirle, in un gesto di salvezza. Il sole si affaccia timidamente e un raggio di luce mi stuzzica il viso. Sento un brivido caldo e gli occhi che si riempiono di azzurro e luccichii. È quello il momento in cui parliamo lo stesso linguaggio, il mare e io. Siamo linguaggio. La parola attraverso la quale l’evento accade, viene a essere un mondo. Siamo mondo.

Per un istante svanisce l’angoscia di essere nulla e intorno ogni cosa sembra giovare al mio esserci. Sembra trovare senso. Il senso della domanda: “perché è in generale l’ente e non piuttosto il niente?”

Ma i pensieri spariscono per poi riemergere, come le onde, svelando la cooriginarietà tra uomo e mare. Tra Universo e linguaggio. Un istante dopo, penso che la contingenza delle cose è la cifra del loro essere. Le cose sono, ma potrebbero non essere. Si perde dunque nelle onde il senso del mio esserci. Non necessario. Assurdo. È così che il domandare dell’uomo si approssima alla preghiera. Di nuovo mi sento segno. Qualcosa che sta per qualcos’altro che non conosce e che non è. Parte di un dialogo intramondano.

L’eterno ritorno delle onde e il loro potere modellante sembra suggerirmi che posso ancora plasmare un significato. Il rumore fragoroso e instancabile sembra ripetermi che la stanchezza è solo un alibi.

Mi ricorda che sono questo, l’altro dal mare. Posso essere ostacolo al suo infrangersi o carcassa da trascinare. A me la scelta. Al caso le alternative. Chissà poi perché ci si incontra se nemmeno ci riconosce…Un rumore di passi svelti interrompe il flusso dei miei pensieri. Mi volto e scorgo un uomo che corre, proviene forse dal villaggio turistico della spiaggia vicina. Ne riconosco il travestimento da eroe dello jogging, con contapassi al polso e sguardo compassato da salvatore del mondo. Esiste un travestimento per qualunque attività, oggigiorno. Quando ero piccola si usciva in strada e si giocava a pallone così come si era vestiti. Pantaloncini o vestitino e sandali, per me non faceva differenza. Si montava sulle bici senza freni e giù dalle discese più ripide, senza timori. Oggi per pedalare devi essere travestito da ciclista, per tirare due calci al pallone devi avere la divisa della tua squadra e le scarpe da calcio. Per correre o fare palestra devi essere travestito da fico. È il benessere e il suo potere omologante.

Improvvisamente le carezze del mare diventano più insistenti, le onde corpose e la sua voce un boato. Il sole si nasconde dietro una nube scura. La comparsa del vacanziero e la prepotenza improvvisa del mare sembrano legate da un nesso causale. In realtà sono io che stabiliscono improbabili correlazioni. Ma la problematicità del pensiero è pura emozione e perciò non va evitata, anche se costa l’incompiutezza del cammino. La storia antropologica è anche storia (emozionale) di questa incompiutezza.

L’urlo impetuoso del mare mi appare una reazione alla pro-vocazione della vicina industria del turismo. Il suo rifiuto di essere “impiegato”. È sublime la forza del mare che in autunno, con le prime piogge abbondanti, rimodella la spiaggia, cambiandole forma, come a rivendicarne il possesso. Nella lotta strenua col mare, anche il fiume si arrende e lungo la foce si crea un interregno spettacolare di acqua dolce e salata. Come una tregua.La perturbazione o quello che era dura pochissimo. La nube si allontana e il mare riprende il massaggio dolce e il suono monotono, rassicurante. Danzano di nuovo onde e memorie. Mentre il provvisorio lambisce l’ancora più provvisorio. La pelle come frontiera. Entrambi contingenti, ma chi dei due è più insignificante? Il mare è pura meccanica, mi dico. Incapace di dare un senso a se stesso e al mondo. Non è poi così diverso da me. Entrambi poniamo domande, con il nostro stesso essere, ma le risposte sono indeterminate o semplicemente possibili.

Ho dalla mia l’affettività. Il mare procura emozioni, smuove sentimenti e pentimenti, patimenti, inquietudini. Sa come scuotermi. Trova il modo di placare le mie ansie. Nel mare posso rispecchiare i miei squilibri. Fingermi infinito. Ritrovarmi inconsistente e passeggera, senza meta. Il mare sa farsi desiderare, amare, odiare. Ma queste stesse emozioni è incapace di ricambiarle. In una sorta di narcisismo inconsapevole, non è capace di reciprocità affettiva. Sono io che lo cerco. Il mare non mi cerca mai. Al massimo mi viene incontro. Sono io che mi intrometto nella sua danza. Io che ne ho bisogno e che lo sento amico. Ma l’amicizia esige la reciprocità. Certo, esige anche la distanza. Non come isolamento o distacco, ma come esigenza di autenticità. È perché voglio l’amicizia che rifiuto “i rapporti di buon vicinato”. Ma ogni creatura secerne il proprio vuoto, come diceva Sartre. Con quell’esilio minimo che ciascuno si porta dietro, ovunque vada. La distanza del mare è indifferenza. La mia bisogno. Entrambi siamo determinati dalla propria natura. Entrambi natura. Essere. Contingenza che rimanda al necessario, come concetto, come speranza. Speranza che è fuga. Fuga che è ritorno alla domanda. Perché l’ente? Perché me?

Forse sono queste onde, il loro ritrarsi per poi tornare, che mi tengono prigioniera di questo circolo interpretativo. I miei pensieri non si arrestano, di domanda in domanda. Mi sembra di essere qui da ieri. Lo stomaco protesta, non ho ancora fatto colazione. Anche porre problemi è un esercizio fisico (letteralmente). Di nuovo passi, più corti e trafelati, inconfondibili. Il primo istinto è alzarmi e fuggire. Il maledetto orgoglio mi tiene ferma. Ho paura dei cani e odio quando mi annusano o mi leccano i piedi. Odio ancora di più i padroni che ti guardano con quel sorriso complice. Gli animali mi piacciono e ne ho rispetto, ma l’esuberanza dei cani proprio non la reggo. Anche se, piano piano, riescono sempre a conquistarmi. Il cane in questione è bellissimo. Una nuvola bianca e goffa. Mi si avvicina e senza annusarmi si siede accanto a me. Come se già mi conoscesse. Per qualche secondo siamo io, il cane e il mare.

Poi arriva il padrone, il quale viene da Ancona, non capisce le battute e parla di cose che dopo qualche minuto non ascolto più. Quando si allontana ripenso ai suoi modi affettati e alla prima frase: “sono architetto”.

Eccola, di nuovo, la condanna dell’uomo alla libertà. Il suo essere progetto. Responsabilità di scelte proprie. Eccolo, il peso della libertà. Rabbrividisco ogni volta che qualcuno dice “sono” (e non “faccio”) geometra, pittore, ruspista, insegnante, psicologo, musicista…

Mi inquieta il rifugiarsi in un ruolo sociale rigidamente prestabilito per sfuggire all’angoscia della libertà. Il recitare una parte talmente bene da non sentire di eccedere rispetto ad essa. A qualunque ruolo egli stesso o gli altri possano attribuirgli. I ruoli sono rassicuranti, ma noi esseri umani siamo di più. Siamo altro. Siamo possibilità. Tutti, a qualunque età. L’unico senso che riesco a concepire risiede in ciò. In questa rappresentazione di me stessa mi rifugio a ogni no detto.

Scelgo. Mi scelgo.

Il tempo passa e la spiaggia piano piano si riempie. Io cammino già da un po’ e il mare lo sento ancora, sulla pelle e come voce interiore. Come intuizione estetica. Raggiungo l’auto, parcheggiata a distanza come scusa per fare passi in più. La giornata è appena iniziata e io mi sento già scarica. Farò una doccia, nella speranza che l’acqua, con la salsedine, lavi via anche la stanchezza mattutina.

«Sì sono braccata! Da chi? Da me stessa. Sono io che mi sbarro il passaggio, io mi trascino, mi spingo mi arresto, mi condanno.E quando ci si lega da sè, si è ben legati».

Victor Hugo

«Piantarsi in mezzo a questa […] intera meravigliosa incertezza e ambiguità dell’esistenza e non porre dei problemi, non tremare dalla brama e dal piacere di porre problemi […] questo è quel che io sento spregevole».

Friedrich Nietzsche

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