A cura di Redazione
Avevamo dita di fango e occhi di cielo, grovigli di strade e speranze da vendere care. Il maestrale durava più giorni, sempre un numero dispari. Quando soffiava, il profumo del mirto e del cisto si faceva più intenso. Tutto intorno, l’ansito del trattore di tziu Salvatore e le gocce degli irrigatori che facevano le bolle sul terreno rovente.
Nei pomeriggi estivi la panda di tzia Rosa saltava sull’asfalto dissestato mentre noi cantavamo la canzone dei monarchici. Non ci piacevano i monarchici, ma ci piaceva la canzone e cantarla a boghe manna. Tzia Rosa mi diceva “se ci sentisse tua madre…”
Quando si allungavano le ombre del pomeriggio e si avvicinava il crepuscolo, la via del mare era un formicaio di gente. Un miscuglio di colori e suoni, di profumi e di spensieratezza. La nostra testa pullulava di pensieri da distillare, per berli tutti d’un fiato, ingannando l’ebbrezza del sogno. Il sangue bolliva come un calderone infernale e ogni possibilità era una scheggia nelle carni.
L’ultimo sogno fu un nido di vespe. Sandro non ci seguiva più, perso per sempre, come tutto ciò che può volar via nei giorni di maestrale. Io soffrivo in silenzio, per una strana forma di orgoglio. Tu dicevi “nelle secche del cuore germoglia sempre un fiore di ginestra”. La libertà è il fiore più bello.
Poi arrivava la notte e lo spirito del vento non possedeva più le onde. Ogni cosa sembrava riposare in pace. Passavamo sulla terra leggeri, come scriveva Sergio Atzeni.
Adesso, siamo e non siamo, sempre uguali eppure altro da noi stessi. Nel frattempo, abbiamo conosciuto il mondo esterno, le gioie, le sofferenze e gli occhi aperti della vita adulta. Abbiamo incontrato persone ambigue e speciali, siamo stati all’altezza e incapaci di fare la mossa giusta. Ci siamo innamorati, illusi, persi e non ancora ritrovati.
In questa giornata di primavera, sento più forte la presenza di ciò che non è più.

