Redazione
I cantautori: creature mitologiche. Retaggi di un passato duro a morire per chi, come me, li ha sempre amati. Piano piano se ne stanno andando anche gli ultimi grandi, i più originali, quelli che sapevano dire ed emozionare. Alcuni bravi sono in ombra o impegnati in un’azione di resistenza, mentre le grandi case discografiche tentano il colpaccio con qualche personaggio promettente, abbastanza personaggio per poter essere venduto oggi.
Le canzoni del passato si sono guadagnate l’eternità, perché i grandi cantautori non si sono chiusi nel particolare, nell’individuale non universalizzabile, ma si sono aperti all’universale, nel parlare della realtà interiore ed esteriore. Oggi (vale per ogni ambito della società) non si va oltre il privato, anzi oltre l’ostentazione pubblica del privato.
Questo sguardo privatistico scava un abisso tra la musica e la vita. Pertanto ha ragione Guccini: il problema non è se le canzoni attuali siano belle o brutte, ma che sono totalmente inutili. Un tempo si raccontavano storie dalle quali emergeva la storia. Il vissuto collettivo si intrecciava con il vissuto personale e le grandi canzoni avevano sempre un respiro universale.
Il mito del Che viene raccontato da Guccini attraverso una riflessione dolce e amara sulle stagioni della vita e sulla giovinezza che finisce, come ogni bella illusione. Il Sessantotto esprime la sua dimensione puramente ideologica attraverso La canzone del maggio.
Spesso i cantautori non sapevano nemmeno di che cosa parlavano, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più semplice, quella della pagina stampata. Parlarne però era un bisogno collettivo e individuale. Altra epoca, altra società, altra gente.
Si aveva, gran bella cosa, la coscienza della propria medietà. Si dice sempre che gli artisti sono narcisisti. Tuttavia a me pare che un tempo si fosse più consapevoli di avere poco di veramente interessante e nuovo da dire. E lo si riteneva un problema. Pertanto si leggeva, si prendeva spunto, si metabolizzava ciò che i geni (rari per definizione) avevano donato all’umanità più o meno ordinaria.
Nello sforzo di trascendersi, si dava una veste originale e una vita nuova a contenuti universali senza tempo. Nel raccontare le persone, le si elevava alla dignità del romanzo o della poesia, per la stessa consapevolezza della piccolezza umana, per la medesima lontananza dalla realtà vera, per la stessa atavica esigenza di cura. L’ascolto, così, era piacevole, emozionalmente coinvolgente e intellettualmente stimolante. Si rispecchiava un’epoca, nel bene e nel male, andando oltre in direzione dell’eternità.
Adesso si rispecchia un’epoca, ma nella sua stessa passeggera inconsistente cifra. Il risultato è che le persone con sale in zucca si annoiano, ripiegano sul passato o cercano all’estero, dove la qualità musicale credo sia avvantaggiata anche dall’incomprensibilità (ai più) e dalla consueta irrilevanza dei testi (con le dovute eccezioni).
Una volta un cantautore mi ha detto: “ce ne vuole perché una canzone o un’opera d’arte ti cambi la giornata o la vita”. L’ascolto dei mostri sacri della musica è condizionato in parte dalla loro fama. Questo è un fattore positivo e negativo al tempo stesso, come sempre lo sono le aspettative alte. Quando invece ascolti uno sconosciuto sei curioso, ma quasi sempre finisci per essere più critico. Dopodiché l’alchimia si compie o non si compie, come in qualsiasi incontro.
Il problema è anche la sovrapproduzione musicale. Una sovrabbondanza che satura il mercato e rende complicata e faticosa la selezione. Come quando al supermercato trovi scaffali su scaffali di merce e non sai cosa prendere, una sensazione quasi angosciante. Avere troppe possibilità equivale a non averne alcuna. Poi c’è l’assuefazione. Più sei esposto a qualcosa, più ti diventa indifferente. Per non parlare della rapidità degli stimoli, legata alla tecnologia, che rende tutti un po’ iperattivi, incapaci di soffermarsi, di prestare attenzione. Uno spirito sovraeccitato ha bisogno di stimoli rapidi, deve passare dall’uno all’altro, se no si annoia. Ascoltare un intero album è da boomer (invoco la Crusca contro questi neologismi).
Le persone sono perennemente annoiate, alla perenne ricerca di nuovi stimoli. Non importa quanto stimolanti, purché siano nuovi.
Anche questa è una forma di disperazione. Queste persone sono disperate, che lo sappiano o no.
Di qui il successo delle piattaforme con milioni di brani, uno si ferma e parte l’altro, nessun impegno d’acquisto, nemmeno l’onere della scelta, le imposti e i brani scorrono, sulla base di algoritmi che ti conoscono meglio di tua madre.
Che fatica scegliere, se c’è chi lo fa per te. In questo nuovo stato di minorità, comodo quanto umiliante, abbiamo per tutore una intelligenza artificiale.