Le intermittenze della morte di Saramago: Recensione.

Il nostro blog riparte con una proposta di lettura per palati raffinati. Un Nobel per la letteratura: scusate se è poco!

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Recensione a cura di P. Traccis

Le intermittenze della morte è un romanzo di fantasia che, alla maniera di José Saramago, parla di realtà e scava nel profondo dell’umanità tutta intera.


Allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre di un anno imprecisato, in un Paese innominato: nessuno muore più. L’eternità si abbatte come un meteorite sul capo delle persone e delle istituzioni con tutte le difficoltà del caso. «Quali difficoltà?», direte voi. La vostra obiezione è più che comprensibile. Di primo acchito la prospettiva di non morire somiglia a un dono, il più grande e straordinario che la vita potrebbe riservarci. Non è forse il sogno dell’umanità fin dai suoi albori? Ciò che spiega gran parte della nostra cultura, dando un senso alle religioni, alla filosofia, alla poesia e all’arte (non omnis moriar…).

Tuttavia la comunità descritta dal premio Nobel portoghese, prende coscienza abbastanza in fretta del paradosso che caratterizza l’esistenza umana: la morte è essenziale alla vita.

Il vivere per la morte è l’unico vivere autentico e persino il solo ad essere praticabile.


Governo, compagnie di assicurazione, chiesa, maphia e senso comune devono fare i conti con la morte sospesa come col peggiore degli incubi, e ognuno studia una soluzione che permetta di salvarguardarne i vantaggi minimizzando gli intoppi o magari di speculare su entrambi.

L’enorme turbamento, causato dall’eccezionale interruzione della legge di natura, svanisce quando una busta viola viene recapitata ai media perché il contenuto venga letto a reti unificate.

La lettera autografa è della morte in persona, la quale annuncia la ripresa della sua attività, ma con una novità nella procedura rispetto al passato: con cadenza regolare, ogni persona destinata a morire ne riceverà comunicazione una settimana prima, attraverso una busta viola recapitata a domicilio.

Lo sconquasso delle morti sospese lascia il posto allo sgomento degli sfortunati (o fortunati?) destinatari delle missive viola.

Da un lato questi ultimi avranno il tempo di congedarsi dalla vita e dagli affetti e magari di togliersi qualche sfizio, quel tempo che è sempre mancato o che ha presentato agli uomini un conto talvolta molto salato. Quale occasione migliore della morte certa, per alleggerire i rimorsi di coscienza in un confessionale? Per chiedere perdono o riappacificarsi con qualcuno. O per abbandonarsi senza remore alle pulsioni represse.

Dall’altro però si precipita anzitempo nell’angoscia del tempo scaduto e del mai più.

Fortuna o sfortuna, così è deciso.
La morte riprende la sua meticolosa routine dalla profondità di un giaciglio freddo e spoglio, con la sola compagnia di una falce ferruginosa e muta.
Come una regina, domina di nuovo sul mondo, invincibile. Tuttavia non può gioire di questa condizione né condividerne gli aspetti dolorosi perché non può provare né gioia né dolore e nessun’altra emozione o sentimento, compreso l’amore. La carne e il sangue di cui è priva, nel suo essere di spirito e di ossa, rappresentano l’unico scacco dell’essere umano nei confronti della nera signora. Uno scacco che è la vita stessa, ciò che manca alla morte e al tempo stesso le permette di porre fine a quella altrui.

A questo se ne aggiunge presto un altro, inatteso e incredibile: una delle buste viola, diretta ad un violoncellista di mezza età, continua a tornare indietro ogni volta che la morte ne dispone la spedizione, senza mai raggiungere il destinatario, al punto che quest’ultimo compie 50 anni mentre sarebbe dovuto morire a 49. L’affronto inaccettabile la induce a recarsi di persona dall’uomo che era sopravvissuto a se stesso, assumendo sembianze femminili per poterlo avvicinare.

La consegna della lettera si dimostrerà meno facile del previsto.

La fredda esecutrice del destino degli uomini finirà con lo specchiare la sua solitudine in quella dell’ignaro musicista e sperimenterà qualcosa di più forte della morte stessa.


Una storia originale, acuta e divertente, per certi versi commovente. Una scrittura creativa, ironica e pungente, a tratti virtuosistica, ma senza mai appesantire troppo il lettore. Libro piacevole e senz’altro capace di ispirare una riflessione profonda sul senso della vita e della morte.

Per saperne di più sull’autore del libro:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Jos%C3%A9_Saramago

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