Il gigante della parola in musica ci ha lasciati: un ricordo di Francesco Guccini

Redazione

Il 6 agosto è stato un giorno triste per tutti noi. Francesco Guccini da tempo non cantava più, ogni tanto scriveva, ma noi sapevamo che c’era e ci sentivamo un po’ meno soli.

Ci ha lasciato colui che si ostinano a chiamare maestro o maestrone, cosa che odiava. Un artista del suo calibro sa che non ci si appropria di titoli che prevedono un iter preciso, nel mondo della musica, e che ognuno di noi ha poco da insegnare agli altri e tutto da imparare, fino alla fine.

Ha scritto brani meravigliosi, poetici, intensi, forti e combattivi e lo ha fatto da solo. Tutti i più grandi cantautori avevano, anche per la parte testuale, dei coautori. Non che ci sia nulla di male, ma come non riconoscere un talento eccezionale, nel dire e raccontare, in chi come Guccini sapeva farlo in autonomia, per intero?

Era un narratore nato e aveva una certa propensione per la poesia, sebbene a canzoni non ritenesse possibile farla.

Era un sognatore, nel suo slancio utopico verso un mondo diverso, ma consapevole dell’impossibilità di rivoluzionarlo con la musica. 

Non era comunista, ma spiegarlo a chi confonde l’uomo con la sua arte e spesso  quest’ultima nemmeno la capisce, mirando solo ad appropriarsi ideologicamente del personaggio, è stato inutile.

Senza dubbio avrebbe voluto un mondo più giusto e più umano e non amava la destra. Resterà cominque di tutti coloro che lo amano, capendolo più o meno, di qualunque colore politico.

Era, va detto, un uomo colto, amante della cultura popolare, la sola che esprime l’autenticità e l’originalità di ogni popolo e territorio, quella che racchiude la storia, le radici. E le radici supportano ogni elevazione, ogni vetta raggiunta.

Ha scritto tanto e bene, portandoci dentro le sue storie, con maestria e naturalezza.

Ci mancherà, tantissimo.

La sua musica, la sua poesia, resterà. Forte e invincibile, nostra, nessuno potrà portarcela via.

Condividiamo il testo di una sua canzone, soprattutto per gli ultimi versi. 

Con essa il nostro grazie infinito, Francesco.

Incontro (1972-RADICI)

E correndo mi incontrò lungo le scale
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
La tristezza poi ci avvolse come miele
Per il tempo scivolato su noi due
Il sole che calava già rosseggiava la città
Già nostra e ora straniera e incredibile e fredda
Come un istante “déjà vu”
Ombra della gioventù, ci circondava la nebbia
Auto ferme ci guardavano in silenzio
Vecchi muri proponevan nuovi eroi
Dieci anni da narrare l’uno all’altra ma
Le frasi rimanevan dentro in noi
“Cosa fai ora? Ti ricordi
Eran belli i nostri tempi
Ti ho scritto è un anno
Mi han detto che eri ancor via”
E poi la cena a casa sua
La mia nuova cortesia
Stoviglie color nostalgia
E le frasi, quasi fossimo due vecchi
Rincorrevan solo il tempo dietro a noi
Per la prima volta vidi quegli specchi
Capii i quadri, i soprammobili ed i suoi
I nostri miti morti ormai, la scoperta di Hemingway
Il sentirsi nuovi
Le cose sognate e ora viste
La mia america e la sua diventate nella via
La nostra città tanto triste
Carte e vento volan via nella stazione
Freddo e luci accesi forse per noi lì
Ed infine, in breve, la sua situazione
Uguale quasi a tanti nostri film
Come in un libro scritto male
Lui s’era ucciso per natale
Ma il triste racconto sembrava assorbito dal buio
Povera amica che narravi dieci anni in poche frasi
Ed io i miei in un solo saluto
E pensavo dondolato dal vagone
Cara amica il tempo prende, il tempo dà
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
Restano i sogni senza tempo
Le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno
Siamo qualcosa che non resta
Frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno.

FRANCESCO GUCCINI

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