Redazione
Ci sono libri che chiudono un cerchio. Cosima è uno di questi. Uscito postumo nel 1937, un anno dopo la morte di Grazia Deledda, è il racconto della sua infanzia e giovinezza a Nuoro, trasfigurato in romanzo.
La premio Nobel per la Letteratura del 1926 torna alle origini e racconta come una ragazza di provincia, in una Sardegna chiusa, orgogliosa e diffidente, sia diventata scrittrice.
Cosima cresce in una famiglia benestante di Nuoro, tra la casa, il cortile, le feste religiose e le lunghe estati in campagna. Ma la serenità dell’infanzia si incrina presto. La morte del padre, i fratelli che si perdono tra alcol e piccoli furti, le difficoltà economiche e i lutti segnano la famiglia e la costringono a fare i conti con il giudizio del paese.
In questo ambiente nasce la vocazione di Cosima. Legge tutto ciò che trova, scrive di nascosto, manda i primi racconti alle riviste. Ogni pubblicazione è una piccola vittoria e insieme uno scandalo: a una ragazza perbene non si addice scrivere storie d’amore e la comunità, nel suo pragmatismo, non le perdona l’ambizione.
Il romanzo segue questa lotta silenziosa fino alle prime affermazioni, quando il mondo oltre l’isola comincia ad aprirsi.
La scelta più interessante è la terza persona. Deledda non dice “io”, ma si guarda da fuori, con il nome di Cosima. Questa distanza le permette di raccontare con lucidità anche le ferite più private, senza autocompatimento e senza trionfalismo. Il tono è quello della memoria: pacato, a tratti malinconico, spesso tenero.
La Sardegna è protagonista quanto Cosima. I paesaggi del Nuorese, le case di pietra, le usanze, le simbolohie e le superstizioni sono descritti con una precisione quasi fisica.
Ma il cuore del libro è un tema universale: il desiderio di una donna di realizzare la propria vocazione in un mondo che non la prevede. Letto oggi, ha la forza di un piccolo romanzo di formazione al femminile.
Cosima non ha la tensione drammatica di Canne al vento o di Elias Portolu, e chi cerca una trama serrata potrebbe trovarlo lento. Il suo valore sta altrove: è la chiave per capire da dove nasce tutta l’opera di Deledda, i suoi personaggi tormentati, il senso di colpa, il legame viscerale con la propria terra.
È un libro da leggere con calma, ideale per chi ama già l’autrice ma anche come porta d’ingresso per chi non la conosce. Alla fine resta il ritratto di una donna determinata che, quasi in silenzio, ha conquistato il diritto di raccontare. E di farlo meglio di chiunque altro nella sua epoca.

