Libertà di pensiero

A cura di Zar@

Giordano Bruno, filosofo, nel 1600 pagò con la vita la propria instancabile e ferma difesa della libertà del pensiero e della ricerca.

Scriveva:

Possa io tener lontano da me non solo la consuetudine di credere, instillata da maestri e genitori, ma anche quel senso comune che in molti casi e luoghi appare colpevole di inganno e di raggiro; possa io tenerli lontani in maniera da non affermare mai nulla, nel campo della filosofia, sconsideratamente e senza ragione; e siano per me ugualmente dubbie tutte le cose, tanto quelle che sono reputate astrusissime e assurde, quanto quelle che sono considerate le più certe ed evidenti, tutte le volte che vengono messe in discussione.

Giordano Bruno, Epistola dedicatoria a Rodolfo II, in Articuli adversus mathematicos.

Distrazioni

A cura di Zar@

Le cose migliori accadono quando ci si distrae. E le peggiori.

La distrazione diviene sogno e il sogno ossessione e l’ossessione salvezza e la salvezza dannazione.

L’inconsistenza si frantuma nel suono di una voce, roca e distante. Sei solo questo, dice. Un desiderio abortito. Un’ insana proiezione.

Ho immaginato tutto. Come ho potuto?

I miei occhi ben aperti, eppure incapaci di vedere, come quelli di un cieco. Le braccia tese verso un mai. Il nostro.

La consapevolezza è la mia colpa. La prudenza è la mia pena.

Amami mare

A cura di Zar@

Come un’amante gelosa, vorrei che il mare mi riservasse le confidenze e le carezze delle onde.

Nella stagione estiva però sono solo una tra le tante che se ne contendono le attenzioni e la cura. Pertanto scelgo le prime ore del mattino, quando le persone ancora dormono o stanno per svegliarsi, siedo sulla riva e mi lascio coinvolgere nella danza marina, nel suo darsi e sottrarsi alla sabbia. Cerco di vedere al di là dell’orizzonte, come facevo da bambina. Vedere l’invisibile. Vedere nel senso di toccare ed esser toccata da un certo impatto col mondo.

Con le mani nella sabbia traccio segni e impronte che il mare cancella per custodirle, in un gesto di salvezza. Il sole si affaccia timidamente e un raggio di luce mi stuzzica il viso. Sento un brivido caldo e gli occhi che si riempiono di azzurro e luccichii. È quello il momento in cui parliamo lo stesso linguaggio, il mare e io. Siamo linguaggio. La parola attraverso la quale l’evento accade, viene a essere un mondo. Siamo mondo.

Per un istante svanisce l’angoscia di essere nulla e intorno ogni cosa sembra giovare al mio esserci. Sembra trovare senso. Il senso della domanda: “perché è in generale l’ente e non piuttosto il niente?”

Ma i pensieri spariscono per poi riemergere, come le onde, svelando la cooriginarietà tra uomo e mare. Tra Universo e linguaggio. Un istante dopo, penso che la contingenza delle cose è la cifra del loro essere. Le cose sono, ma potrebbero non essere. Si perde dunque nelle onde il senso del mio esserci. Non necessario. Assurdo. È così che il domandare dell’uomo si approssima alla preghiera. Di nuovo mi sento segno. Qualcosa che sta per qualcos’altro che non conosce e che non è. Parte di un dialogo intramondano.

L’eterno ritorno delle onde e il loro potere modellante sembra suggerirmi che posso ancora plasmare un significato. Il rumore fragoroso e instancabile sembra ripetermi che la stanchezza è solo un alibi.

Mi ricorda che sono questo, l’altro dal mare. Posso essere ostacolo al suo infrangersi o carcassa da trascinare. A me la scelta. Al caso le alternative. Chissà poi perché ci si incontra se nemmeno ci riconosce…

Un rumore di passi svelti interrompe il flusso dei miei pensieri. Mi volto e scorgo un uomo che corre, proviene forse dal villaggio turistico della spiaggia vicina. Ne riconosco il travestimento da eroe dello jogging, con contapassi al polso e sguardo compassato da salvatore del mondo. Esiste un travestimento per qualunque attività, oggigiorno. Quando ero piccola si usciva in strada e si giocava a pallone così come si era vestiti. Pantaloncini o vestitino e sandali, per me non faceva differenza. Si montava sulle bici senza freni e giù dalle discese più ripide, senza timori. Oggi per pedalare devi essere travestito da ciclista, per tirare due calci al pallone devi avere la divisa della tua squadra e le scarpe da calcio. Per correre o fare palestra devi essere travestito da fico. È il benessere e il suo potere omologante.

Improvvisamente le carezze del mare diventano più insistenti, le onde corpose e la sua voce un boato. Il sole si nasconde dietro una nube scura. La comparsa del vacanziero e la prepotenza improvvisa del mare sembrano legate da un nesso causale. In realtà sono io che stabiliscono improbabili correlazioni. Ma la problematicità del pensiero è pura emozione e perciò non va evitata, anche se costa l’incompiutezza del cammino. La storia antropologica è anche storia (emozionale) di questa incompiutezza.

L’urlo impetuoso del mare mi appare una reazione alla pro-vocazione della vicina industria del turismo. Il suo rifiuto di essere “impiegato”. È sublime la forza del mare che in autunno, con le prime piogge abbondanti, rimodella la spiaggia, cambiandole forma, come a rivendicarne il possesso. Nella lotta strenua col mare, anche il fiume si arrende e lungo la foce si crea un interregno spettacolare di acqua dolce e salata. Come una tregua.La perturbazione o quello che era dura pochissimo. La nube si allontana e il mare riprende il massaggio dolce e il suono monotono, rassicurante. Danzano di nuovo onde e memorie. Mentre il provvisorio lambisce l’ancora più provvisorio. La pelle come frontiera. Entrambi contingenti, ma chi dei due è più insignificante? Il mare è pura meccanica, mi dico. Incapace di dare un senso a se stesso e al mondo. Non è poi così diverso da me. Entrambi poniamo domande, con il nostro stesso essere, ma le risposte sono indeterminate o semplicemente possibili.

Ho dalla mia l’affettività. Il mare procura emozioni, smuove sentimenti e pentimenti, patimenti, inquietudini. Sa come scuotermi. Trova il modo di placare le mie ansie. Nel mare posso rispecchiare i miei squilibri. Fingermi infinito. Ritrovarmi inconsistente e passeggera, senza meta. Il mare sa farsi desiderare, amare, odiare. Ma queste stesse emozioni è incapace di ricambiarle. In una sorta di narcisismo inconsapevole, non è capace di reciprocità affettiva. Sono io che lo cerco. Il mare non mi cerca mai. Al massimo mi viene incontro. Sono io che mi intrometto nella sua danza. Io che ne ho bisogno e che lo sento amico. Ma l’amicizia esige la reciprocità. Certo, esige anche la distanza. Non come isolamento o distacco, ma come esigenza di autenticità. È perché voglio l’amicizia che rifiuto “i rapporti di buon vicinato”. Ma ogni creatura secerne il proprio vuoto, come diceva Sartre. Con quell’esilio minimo che ciascuno si porta dietro, ovunque vada. La distanza del mare è indifferenza. La mia bisogno. Entrambi siamo determinati dalla propria natura. Entrambi natura. Essere. Contingenza che rimanda al necessario, come concetto, come speranza. Speranza che è fuga. Fuga che è ritorno alla domanda. Perché l’ente? Perché me?

Forse sono queste onde, il loro ritrarsi per poi tornare, che mi tengono prigioniera di questo circolo interpretativo. I miei pensieri non si arrestano, di domanda in domanda. Mi sembra di essere qui da ieri. Lo stomaco protesta, non ho ancora fatto colazione. Anche porre problemi è un esercizio fisico (letteralmente). Di nuovo passi, più corti e trafelati, inconfondibili. Il primo istinto è alzarmi e fuggire. Il maledetto orgoglio mi tiene ferma. Ho paura dei cani e odio quando mi annusano o mi leccano i piedi. Odio ancora di più i padroni che ti guardano con quel sorriso complice. Gli animali mi piacciono e ne ho rispetto, ma l’esuberanza dei cani proprio non la reggo. Anche se, piano piano, riescono sempre a conquistarmi. Il cane in questione è bellissimo. Una nuvola bianca e goffa. Mi si avvicina e senza annusarmi si siede accanto a me. Come se già mi conoscesse. Per qualche secondo siamo io, il cane e il mare.

Poi arriva il padrone, il quale viene da Ancona, non capisce le battute e parla di cose che dopo qualche minuto non ascolto più. Quando si allontana ripenso ai suoi modi affettati e alla prima frase: “sono architetto”.

Eccola, di nuovo, la condanna dell’uomo alla libertà. Il suo essere progetto. Responsabilità di scelte proprie. Eccolo, il peso della libertà. Rabbrividisco ogni volta che qualcuno dice “sono” (e non “faccio”) geometra, pittore, ruspista, insegnante, psicologo, musicista…

Mi inquieta il rifugiarsi in un ruolo sociale rigidamente prestabilito per sfuggire all’angoscia della libertà. Il recitare una parte talmente bene da non sentire di eccedere rispetto ad essa. A qualunque ruolo egli stesso o gli altri possano attribuirgli. I ruoli sono rassicuranti, ma noi esseri umani siamo di più. Siamo altro. Siamo possibilità. Tutti, a qualunque età. L’unico senso che riesco a concepire risiede in ciò. In questa rappresentazione di me stessa mi rifugio a ogni no detto.

Scelgo. Mi scelgo.

Il tempo passa e la spiaggia piano piano si riempie. Io cammino già da un po’ e il mare lo sento ancora, sulla pelle e come voce interiore. Come intuizione estetica. Raggiungo l’auto, parcheggiata a distanza come scusa per fare passi in più. La giornata è appena iniziata e io mi sento già scarica. Farò una doccia, nella speranza che l’acqua, con la salsedine, lavi via anche la stanchezza mattutina.

«Sì sono braccata! Da chi? Da me stessa. Sono io che mi sbarro il passaggio, io mi trascino, mi spingo mi arresto, mi condanno.E quando ci si lega da sè, si è ben legati».

Victor Hugo

«Piantarsi in mezzo a questa […] intera meravigliosa incertezza e ambiguità dell’esistenza e non porre dei problemi, non tremare dalla brama e dal piacere di porre problemi […] questo è quel che io sento spregevole».

Friedrich Nietzsche

Letture poco concilianti

A cura di Zar@

Certi libri non puoi leggerli per conciliare il sonno.
A me succede con quelli che utilizzano un linguaggio implicito, indiretto, che prospettano situazioni indefinite nella descrizione degli eventi e delle emozioni.

Narrazioni che si interrompono un attimo prima che capiti il peggio, ma che ti fanno percepire tutta la tensione, come se fossi là, come se fossi tu, come se non avessi scampo.
Non insistono sul macabro o sul sordido, lo prospettano senza dettagliarlo, pare che censurino o che vogliano proteggerti, alleggerire, invece caricano il lettore di tensione finché questa non diventa una seconda pelle. E quando il libro è ormai chiuso e non può più nuocere, la tua mente lavora ancora, persiste nell’angustiarsi.
Mi sono fatta un’idea a riguardo.
Le descrizioni dettagliate, il linguaggio diretto, nudo e crudo, ti pongono davanti alle scene più cruente, sordide e inquietanti, te le rappresentano per quelle che sono, senza possibilità di scampo.

Proprio per questo sono in un certo senso più rassicuranti. La realtà che ti raccontano, per quanto terribile o angosciante, è infatti quella e non può essere nient’altro. Le emozioni durante la lettura raggiungono l’apice, scaricandosi su una situazione precisa, per poi scemare come in una sorta di catarsi. La realtà è contingente, circoscritta, definita.

La possibilità invece è sempre aperta. Una minaccia indefinita e incombente, angosciante. Saper cosa ti aspetta non è come non saperlo.

Una descrizione meno dettagliata e un linguaggio più velato, indiretto, aprono un universo di possibilità per la mente, la quale non si arresta alla realtà delle cose come ad un approdo sicuro. Un approdo certo, per quanto terrificante, è più rassicurante di nessun approdo o di tutti gli approdi del mondo. L’ansia non è mai alimentata da una situazione reale, bensì da una possibile. Dalle possibilità che la mente si prospetta.
Naturalmente molto dipende dall’abilità dello scrittore.

La stessa cosa vale per emozioni positive, come la compassione, la tenerezza, l’eccitazione. Ci sono scrittori che sanno emozionare lasciando al lettore quel senso di insoddisfazione che è la chiave di tutto. Il motore umano per eccellenza.
Immaginiamo dunque siamo.

 

Pensiero di notte numero uno (parafrasando Guccini)

A cura di Zar@

La notte ha tanti occhi, il giorno uno solo. Ma se accecassi quell’unico occhio, la vita intera si spegnerebbe. Non è questione di una luce o cento.

Il punto non è neppure la luce, ma quanto illumina, quale sentiero e quanto sia bello perdersi. Nelle strade, nei focolari, negli occhi. Nel tormento degli sguardi. Nelle ossessioni delle mancanze. Nelle illusioni, che poi sono solo distrazioni, vie di fuga, da sé prima di tutto.

Amare è compromettersi. Al calar della notte, svestirsi delle proprie carni per concedersi al sogno – inconfessabile – di un nuovo innocente peccato. Scoprire la lacerante grazia del contraddittorio.

La bellezza di un essere notturno che disarma, per arrendersi al proprio opposto: il nulla. Ciò che siamo.

Ad amare si sbaglia

A cura di Zar@

Ad amare si sbaglia sempre.

Se stessi o gli altri, ci si confonde.

Ci sono cuori autocentrati, serrati come forzieri, impenetrabili, freddi come il vento di tramontana e distanti come le stagioni appena trascorse.

Spicchi di ardori spenti, malinconie imprecise e vanità.

Ti guardano senza vederti e quando provi a dire “ti amo”, sembra che la tua voce provenga da un altro mondo, troppo lontano per essere udita.

Persistono nel loro silenzio meditabondo e compiaciuto oppure indugiano nel solito lungo monologo ammantato di dialogo col quale annichiliscono ogni tuo slancio.

Dicevamo? Io nulla. Tu troppo.

E non cose, bensì parole, vuoti significanti senza senso e ordine.

Da perdersi e scomparire nel marasma di fonemi. Da rimanerne storditi. Come un vomito.

Però non ti arrendi. Pensi, sarà un momento, passerà.

Mi vedrà, prima o poi, e allora sentirò l’eco del mio respiro nel suo. Il vento caldo arriverà da sud e il forziere si spalancherà.

Ma il vento cambia e tutto intorno resta immutato, identico a prima. Come cristallizzato in un eterno mai.

Le pietre preziose restano pur sempre pietre. Rilucono, ma senza emanare calore.

Ad amare si sbaglia sempre un po’.

Recensione: Nel nome di ieri di Giuseppe Cristaldi.

A cura di Pasqualina Traccis


Schopenhauer scriveva: “quando una disgrazia è accaduta e non si può più mutare, non ci si dovrebbe permettere neanche il pensiero che le cose potevano andare diversamente o addirittura essere evitate: esso infatti aumenta il dolore fino a renderlo intollerabile”.

Ma quando il futuro è perduto per sempre, il passato è tutto ciò che rimane e il presente non esiste più. Non resta altro da fare che ricordare e ricordare è l’unico modo per dare un significato e un valore alla sofferenza.

Giuseppe Cristaldi nel suo ultimo romanzo Nel nome di ieri, edito da BESA nel 2015, racconta una storia in cui amore e morte si contrappongono dialetticamente per superarsi e conservarsi al tempo stesso nella memoria del protagonista, in cui trovano un ultimo disperato senso.

L’autore usa un’espressione che rappresenta in modo efficace il tentativo strenuo compiuto da Sciffì per salvare il suo sentimento per Claudia dal macello dell’oblio: estendere l’amore. Non si tratta solo di ricordare il passato, ma di ricostruirlo, attraverso la memoria altrui, per estendere un amore che con la morte inattesa della giovane donna non può più crescere, arricchirsi ogni giorno di nuovi particolari, non può divenire come tutto ciò che vive.

C’è un solo modo per dare un senso alla sofferenza ed è un modo crudele: ricordare il passato e ricostruirlo, estenderlo, “rendere presente un’assenza”.
Nel nome di ieri è un romanzo bello davvero. Forte.

La scrittura di Giuseppe Cristaldi lo è, tanto da far male e bene al tempo stesso esprimendo in modo eccelso il dualismo mentale e naturale di Eros e Thanatos. Le immagini icastiche e la prosa lirica da un lato sembrano sublimare il dolore ma dall’altro affondano il coltello nella carne. Come pure le espressioni dialettali che, se per un verso ancorano la poesia alla realtà di un dolore insopportabile che si consuma in un contesto ben preciso e non casuale, per l’altro sono esse stesse poesia esistenziale.

Nel leggerlo vien da domandarsi se il Sud sia un pretesto per raccontare un destino di sofferenza o se, viceversa, sia quest’ultimo un pretesto per raccontare il Sud.

Nel nome di ieri è un libro antico e moderno al tempo stesso, proprio come il Sud che descrive. Un Sud che non ha futuro, perché non nemmeno lo ammette. Ammettere il futuro significa credere che non esista un destino e il Sud raccontato dal libro sembra non osare tanto. Il dialetto salentino non a caso non contempla il tempo futuro.
La modernità del romanzo sta nell’eccezione di chi scommette sul futuro a partire dal presente di un sogno, mettendosi in gioco in un contesto antico che muta la sua forma ma sembra non conoscere cambiamenti di sostanza.
La modernità sta nella sconfitta che non è resa.

Giuseppe Cristaldi racconta una terra che ha diversi aspetti in comune con quella che lo ospita, la Sardegna. Come il dialetto salentino anche la lingua sarda ricorre a un costrutto per l’espressione del domani. Come i contadini del Salento anche i sardi se fossero stati “solo uomini” e non pastori non avrebbero ottenuto le loro vittorie (non a caso Pratobello non è la Costa Smeralda).  Al di là delle differenze, la solidarietà e quella comunanza di cuori che si raggiunge nella sofferenza accomunano luoghi diversi di un Sud che è più di un’espressione geografica.

Il resto è umanità. Il tentativo inconscio di riconquistare il futuro cambiando il passato o evitando che possa ripetersi attraverso la cancellazione di una curva di morte.

Forse un istintivo desiderio di vendetta.

Meccanismi di difesa che sono frutto di un’evoluzione naturale che è anche spietata selezione. Dolore. Tanto umano dolore. Tale che la parola “psicosi”, riferita al tormento del protagonista dopo l’incidente stradale che ha trasformato la sua Claudia in un ricordo, appare inadeguata e quasi irrispettosa, cinica.

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Poesia di Cesare Pavese



A cura di Zar@

Poesia di Cesare Pavese

Tratta da: La terra e la morte

Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.